23 Ott 2026

di *Ernesto Palma

Per secoli, l'umanità ha operato sulla base del presupposto che la salute umana esistesse indipendentemente dalla salute del pianeta.

Da un po' di tempo crescenti evidenze scientifiche hanno smentito tale convinzione, rivelando al contrario una relazione profondamente complessa e simbiotica tra la salute dell’uomo e la salute del pianeta.

La convergenza tra le tre grandi problematiche globali — inquinamento ambientale, progressiva perdita di biodiversità e rapido cambiamento climatico — è oggi riconosciuta come un potente fattore scatenante per l’insorgenza, la diffusione e la gravità delle malattie.

Tanto è vero che negli ultimi anni è stato introdotto il termine “One Health” (letteralmente “una sola salute”) che è considerato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) un approccio integrato che riconosce come la salute delle persone è strettamente legata al benessere degli animali e alla qualità dell’ambiente.

Pensiamo per esempio all’inquinamento ambientale — dalle sostanze chimiche industriali al deflusso di acque di origine agricola e urbana —esso può agire in modo silenzioso sulla salute degli organismi viventi, compromettendo il sistema immunitario di uomini e animali e quindi rendendoli più suscettibili alle malattie infettive. 

Inoltre, diverse sostanze xenobiotiche possono alterare l’ambiente favorendo la proliferazione e la persistenza di specifici patogeni, creando così condizioni favorevoli all’esordio di malattie.

In presenza di questo contesto, l’accelerazione del cambiamento climatico influisce direttamente sulle malattie trasmesse da vettori, difatti l’aumento delle temperature e le condizioni meteorologiche sempre più instabili favoriscono la diffusione di zanzare, zecche e altri vettori di malattie.

Questo lo troviamo già in nuove regioni un tempo non a rischio dove negli ultimi anni sono stati più spesso diagnosticati casi di malaria, di deugue e malattia di Lyme.

Altre evidenze sperimentali hanno documentato che oltre il 50% delle malattie infettive che colpiscono l’umanità a livello globale è aggravato dai rischi climatici.

Un altro problema sono gli eventi metereologici estremi come siccità o inondazioni che possono compromettere e contaminare le risorse idriche o anche danneggiare le infrastrutture igienico-sanitarie provocando focolai di malattie trasmesse attraverso l’acqua come per esempio il colera o la febbre tifoide.

Parallelamente, la perdita di biodiversità indebolisce gli ecosistemi e alterando i meccanismi naturali che controllano e bilanciano i patogeni.

Queste condizioni di squilibrio possono favorire la proliferazione di specie che possono fungere da serbatoi di malattie aumentando la probabilità di fenomeni di “spillover” zoonotico — ovvero la trasmissione di potenziali patogeni dall’ospite animale all’uomo — a seguito dell’erosione delle barriere naturali tra le specie; tale dinamica è stata ipotizzata per l’insorgenza e la diffusione di malattie come il COVID-19 e l’Ebola, solo per citarne alcune.

Quindi esiste un legame tra qualità dell’ambiente – con particolare enfasi sull’inquinamento ambientale – e salute globale, che richiede la crescente necessità di un approccio multidisciplinare che coinvolga stakeholder con diverse competenze, capaci di accrescere la consapevolezza pubblica sul problema.

 

VECCHI E NUOVI INQUINANTI AMBIENTALI

L’ambiente è costantemente sottoposto a pressioni dovute a numerose sostanze chimiche introdotte, in vario modo, dalle attività umane. Tra queste, l’inquinamento atmosferico causato, ad esempio, dal particolato fine (PM2,5 e PM10) e dai prodotti della combustione (CO, CO2, O3, NO, NO2, SO2, ecc.) ha un impatto diretto sulla salute umana, provocando gravi patologie respiratorie e cardiovascolari e creando condizioni in grado di esacerbare gli effetti di alcune malattie infettive.

Tuttavia, anche l’inquinamento del suolo e delle acque può avere ripercussioni significative nell’ambito della relazione circolare tra qualità ambientale e salute globale. La questione della contaminazione ambientale coinvolge, di fatto, sia inquinanti convenzionali che emergenti, ciascuno caratterizzato da specifiche modalità di presenza, distribuzione e impatto.

Tra i contaminanti convenzionali, gli elementi in tracce come arsenico, cadmio, cromo e piombo – per citarne alcuni – sono costituenti naturali della crosta terrestre e si trovano comunemente nel suolo, nei sedimenti e in forma solubile nei corpi idrici.

Le concentrazioni di tali elementi possono subire un drastico incremento a causa di attività industriali quali l’estrazione mineraria e la metallurgia; attività che, storicamente, hanno contribuito a modificare gli ambienti e ad alterare profondamente la biodisponibilità degli elementi in determinate aree.

Analogamente, gli idrocarburi alifatici e aromatici, derivanti principalmente da combustibili fossili, sono diffusi a causa di sversamenti e deposizioni atmosferiche. Il loro impatto è particolarmente evidente negli ecosistemi acquatici e terrestri, dove possono contaminare le risorse idriche e il suolo, danneggiando gli organismi a ogni livello trofico. Sebbene le componenti alifatiche del petrolio possano causare diversi effetti tossici acuti, molti composti aromatici, come il benzene e gli idrocarburi policiclici aromatici (IPA), sono considerati potenzialmente cancerogeni.

I pesticidi clorurati o organofosfati, i policlorobifenili (PCB), i ritardanti di fiamma bromurati (PBDE) e altri inquinanti organici persistenti (POP) sono sostanze sintetiche sempre più utilizzate nelle attività umane; il loro elenco si arricchisce continuamente di nuovi composti, talvolta caratterizzati da effetti avversi non ancora pienamente noti alla comunità scientifica.

Molte di queste sostanze vengono bioaccumulate in modo attivo ed efficiente dalle specie viventi e spesso subiscono biomagnificazione lungo le reti trofiche, causando alterazioni degli ecosistemi e danni ecologici a lungo termine.

I prodotti farmaceutici, inclusi antibiotici e ormoni, vengono rilasciati nell’ambiente attraverso i sistemi di scarico delle acque reflue. Sebbene i residui farmaceutici siano oggetto di crescente interesse e preoccupazione, attualmente non rientrano in alcuna normativa ambientale; di conseguenza, non sono oggetto di monitoraggio sistematico nell’ambiente. Diversi studi recenti hanno evidenziato come la presenza di residui farmaceutici nell’ambiente e i loro potenziali effetti avversi, in particolare sugli ecosistemi acquatici, siano attualmente ampiamente sottostimati.

Le sostanze per- e polifluoroalchiliche (PFAS) costituiscono un altro gruppo di sostanze preoccupanti, ampiamente utilizzate in una vasta gamma di prodotti grazie alle loro proprietà chimico-fisiche che includono un’estrema stabilità, che conferisce loro proprietà idrorepellenti, oleorepellenti e antiaderenti, oltre a resistenza al calore e all’azione di vari solventi.

Se da un lato tali proprietà li rendono utili in numerosi prodotti e settori industriali, dall’altro contribuiscono alla loro elevata persistenza nell’ambiente e a potenziali rischi per la salute: essi, infatti, si degradano molto lentamente e possono accumularsi nei tessuti degli organismi viventi, dagli organismi unicellulari ai piccoli invertebrati, fino ai vertebrati e ai mammiferi più complessi, uomo compreso.

Oltre alla qualità dell’aria e dell’acqua, anche l’inquinamento fisico causato dai rifiuti plastici rappresenta una minaccia significativa e crescente per l’ambiente e la salute umana. L’accumulo di detriti plastici è ormai un fenomeno globale che interessa gli ambienti marini, comprese aree remote ed estreme come gli ecosistemi polari e le zone di acque profonde. Gli effetti avversi causati dagli oggetti in plastica includono il rischio di intrappolamento e danni fisici agli apparati digerente, respiratorio e locomotore di vari uccelli marini, mammiferi marini, tartarughe e invertebrati.

Poiché le plastiche si degradano molto lentamente, possono assorbire diverse classi di contaminanti — quali oligoelementi, idrocarburi, POP (inquinanti organici persistenti) e residui farmaceutici — favorendone così la mobilità e la diffusione e comportando potenziali rischi aggiuntivi per le specie che ingeriscono accidentalmente tali particelle. Inoltre, le superfici delle microplastiche possono fungere da substrati galleggianti per diverse specie viventi, contribuendo così al trasporto a lunga distanza di specie aliene o di microbi potenzialmente patogeni. Ciò aggrava ulteriormente la minaccia alla biodiversità e la diffusione di malattie infettive.

La presenza combinata di contaminanti convenzionali ed emergenti crea una minaccia complessa e articolata per la salute ambientale globale, rendendo necessari approcci di ricerca esaustivi e multidisciplinari.

(Prima parte: continua)                                         

 

Prof. Ernesto Palma
Farmacologia e tossicologia veterinaria
Università degli Studi “Magna Græcia” di Catanzaro

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