

Il direttivo dell’associazione agricola lancia un appello per il rilancio del prodotto enologico, da conoscere e consumare consapevolmente, senza demonizzarlo La vendemmia è ormai arrivata al termine e, come accade ogni anno, questa è l’occasione per le ACLI Terra di Chieti, di elaborare qualche riflessione, al di là delle tante previsioni e dei tanti allarmi che hanno accompagnato il lavoro agricolo nei mesi precedenti: il direttivo provinciale dell’associazione professionale agricola delle ACLI, guidato dal presidente Nicola D’Auria, si è riunito per fare un bilancio della situazione nel territorio. «Quest’anno - spiega D’Auria - abbiamo parlato molto di vendemmia anticipata, delle temperature torride, degli effetti del cambiamento climatico e della necessità, per il futuro, di spostare i vigneti verso quote più alte: temi certamente importanti, sui quali il mondo agricolo e vitivinicolo dovrà confrontarsi seriamente. Ma oggi, a vendemmia conclusa, possiamo dire una cosa: ancora una volta la nostra terra ci ha sorpreso. Le uve raccolte hanno dato origine a vini dalle caratteristiche eccellenti, capaci di confermare, ancora una volta, la qualità della nostra viticoltura. La quantità, invece, è diminuita. E forse, se vogliamo essere sinceri, non è necessariamente un male. Per anni abbiamo parlato di produzioni eccessive, di eccedenze, di cantine con importanti quantità di vino invenduto. E allora viene quasi da pensare che, dall'alto, qualcuno abbia fatto ciò che noi uomini spesso facciamo fatica a fare: trovare un equilibrio. E noi, come sempre, non possiamo che ringraziare il buon Dio. Ma se la vendemmia si è conclusa, il problema vero del vino rimane ancora tutto davanti a noi: il vino non può diventare un prodotto elitario, riservato a pochi. Il nostro vino deve tornare a essere un prodotto della quotidianità, della famiglia, della nostra cultura e della nostra tavola. Un prodotto che possa essere acquistato senza costi eccessivi, senza ricarichi commerciali sproporzionati che finiscono per allontanare il consumatore. Dobbiamo soprattutto tornare a educare al consumo consapevole. Le nuove generazioni devono conoscere il vino, la sua storia, il lavoro che c'è dietro una bottiglia, il valore della terra e dell'agricoltura. Ma devono imparare anche che il vino si beve con equilibrio, senza eccessi e con responsabilità e forse dovremmo anche ridimensionare certe esagerazioni che hanno accompagnato il mondo delle degustazioni professionali. Occorre ricordare che alla fine, dopo tante schede, tanti descrittori, tanti giudizi tecnici e tante parole, c'è una valutazione che rimane più vera di tutte: mi piace o non mi piace. Perché il vino, prima ancora di essere analisi, tecnica e degustazione, è emozione, convivialità, cultura e piacere. Negli ultimi tre o quattro anni, inoltre, abbiamo assistito a una vera e propria demonizzazione del vino. Alcune posizioni del mondo medico e della comunicazione hanno finito per rappresentarlo quasi esclusivamente come un problema, dimenticando che esiste una differenza sostanziale tra abuso e consumo responsabile. Mentre si puntava il dito contro il vino, probabilmente non ci si è accorti abbastanza di ciò che stava accadendo altrove: la crescita del consumo di altre bevande e prodotti con gradazioni alcoliche anche significativamente superiori. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: il vino sta attraversando una delle crisi più difficili degli ultimi anni. Eppure, parliamo di un prodotto che nasce dalla terra, dal lavoro degli agricoltori, dalla competenza dei nostri viticoltori, dalla storia delle nostre comunità. Un prodotto che in Abruzzo, e in particolare nella nostra provincia, rappresenta una parte profonda della nostra identità. Per questo credo sia arrivato il momento di cambiare nuovamente prospettiva: non dobbiamo invitare a bere di più, dobbiamo invece piuttosto invitare a conoscere meglio e a consumare consapevolmente. Dobbiamo difendere il vino dalla banalizzazione, ma anche dalla sua trasformazione in un prodotto per pochi. Dobbiamo riportarlo sulle nostre tavole, nelle nostre famiglie, nelle occasioni di convivialità, nei nostri ristoranti e nelle nostre cantine. E dobbiamo soprattutto farlo conoscere alle nuove generazioni, raccontando loro che dietro un bicchiere di vino c'è una storia fatta di terra, sacrifici, cultura e tradizione. Il vino non è soltanto una bevanda. È parte della storia dei nostri territori e se vogliamo che continui a rappresentarne il futuro, dobbiamo tornare semplicemente ad apprezzarlo per quello che è: un magnifico prodotto della nostra terra, da consumare con misura, consapevolezza e piacere».
ACLI Terra condivide e rilancia la riflessione del Segretario Generale di Coldiretti, Vincenzo Gesmundo, sulla necessità di riportare la questione idrica al centro dell’agenda politica nazionale, superando una logica emergenziale che rischia di riaccendere l’attenzione soltanto nei momenti di maggiore criticità.
«Plaudo alla riflessione intelligente e pragmatica di Gesmundo – dichiara il presidente nazionale di ACLI Terra, Nicola Tavoletta – perché l’acqua rappresenta una delle grandi questioni strategiche del nostro Paese. Non possiamo continuare ad affrontarla come un’emergenza stagionale: deve diventare una priorità stabile nei programmi della politica e nelle scelte di investimento».
Il tema riguarda direttamente l’agricoltura, la sicurezza alimentare, la tutela dei territori, le famiglie e la capacità dell'Italia di affrontare gli effetti dei cambiamenti climatici.
«La politica e il Governo – prosegue Tavoletta – dovrebbero dedicare maggiore attenzione anche a questioni forse meno “televisive”, ma molto più vicine alle esigenze reali dei cittadini e delle imprese. L’acqua è certamente una di queste. Non può diventare, a seconda delle stagioni, una sirena d’allarme utile ad alimentare per qualche giorno il dibattito dei telegiornali, per poi scomparire dall’agenda pubblica».
ACLI Terra richiama, inoltre, la necessità di valorizzare le risorse disponibili e programmare nuove infrastrutture. La recente individuazione di importanti risorse idriche sotterranee nel territorio veneziano, così come il tema degli invasi potenzialmente cantierabili sul territorio nazionale, dimostrano quanto sia necessario passare dalla gestione dell’emergenza a una vera politica dell’acqua.
«Occorre studiare, progettare e investire – conclude Tavoletta –. Gli invasi, il recupero delle acque, la manutenzione delle reti e la conoscenza delle risorse idriche disponibili devono entrare in un unico disegno nazionale. L’Italia ha bisogno di una strategia che guardi ai prossimi venti o trent’anni, non alla prossima estate. L’acqua non è un tema da affrontare quando manca: è un patrimonio da governare».
Due giornate il 10 e 11 ottobre dedicate al valore dell’agricoltura, dei mercati contadini e delle comunità locali
Coltivare la terra significa anche coltivare relazioni, comunità e territori. È questo il filo conduttore di “Coltivare Comunità – Terra, mercati e territori tra gratitudine e freschezza”, l’iniziativa in programma a Monselice sabato 10 e domenica 11 ottobre, nell’ambito del percorso verso la 76ª Giornata Nazionale del Ringraziamento indetta dalla CEI.
Due giornate che vedranno la partecipazione di ACLI Terra, insieme alle realtà del territorio, per riflettere sul ruolo dell’agricoltura e, in particolare, sulla funzione economica e sociale dei mercati contadini: luoghi nei quali la vendita diretta incontra la tutela delle produzioni locali, il rapporto tra produttore e consumatore e la valorizzazione delle comunità.
La giornata di sabato 10 ottobre si svolgerà presso il Mercato contadino AGRIMONS di via Piave 7 a Monselice, con l’apertura del mercato dalle 8.30 alle 13.00, animazione, musica, interviste a operatori e clienti in diretta radiofonica e la partecipazione dello storico e divulgatore Roberto Valandro.
Nel pomeriggio, dalle 15.30, spazio al confronto istituzionale e alla tavola rotonda “Risorse, opportunità e funzione sociale dei mercati contadini”, moderata dalla giornalista Giulia Frigo. Dopo i saluti delle autorità e dei rappresentanti delle ACLI e di ACLI Terra del territorio, interverranno Pippo Russo, sociologo e ricercatore dell’Università di Firenze; Ettore Varricchio, docente universitario di Scienze dell’Alimentazione; Sandro Zancanella, presidente Agrimons; Antonio Mazzetti, naturalista ed esperto dei Colli Euganei; Franco Contarin, direttore della Direzione Sviluppo rurale e agroalimentare della Regione Veneto, e Nicola Tavoletta, presidente nazionale di ACLI Terra.
«I mercati contadini non sono soltanto luoghi di scambio commerciale, ma possono rappresentare un presidio di comunità, capace di avvicinare produttori e cittadini e di restituire centralità ai territori e alle loro identità», è il messaggio che ACLI Terra intende portare al centro dell’iniziativa.
Il percorso proseguirà domenica 11 ottobre, dalle ore 9.45, presso la Sala Auditorium dell’Istituto Tecnico Commerciale J.F. Kennedy, in via Vò de Buffi 22 a Monselice. Al centro della mattinata la riflessione sul messaggio dei Vescovi della CEI “Sguardi di gratitudine e di speranza per le aree interne del Paese”, affidata a suor Francesca Fiorese, direttrice dell’Ufficio Diocesano della Pastorale Sociale e del Lavoro.
Interverranno inoltre Ettore Varricchio, Roberto Turato, Alberto Menegazzo, Maurizio Drezzadore, don Marco Galletti e Nicola Tavoletta. La presentazione dell’iniziativa sarà affidata a Gianni Cremonese di ACLI Padova, con la moderazione di Giulia Frigo. I lavori termineranno alle ore 12.00 con un aperitivo.
Per ACLI Terra, l’appuntamento di Monselice rappresenta un’occasione per ribadire la necessità di sostenere un modello agricolo capace di coniugare reddito per gli agricoltori, qualità delle produzioni, filiere locali, tutela dei territori e funzione sociale dell’agricoltura, rafforzando il rapporto di fiducia tra chi produce il cibo e le comunità.
Prezzi in crisi, Xylella e cambiamenti climatici: alla vigilia della nuova campagna olearia, la Calabria è chiamata a scegliere quale futuro costruire per il proprio patrimonio olivicolo.
La nuova campagna olearia è ormai alle porte e, ancora una volta, il comparto olivicolo si trova ad affrontare un momento di profonda incertezza. La contrazione dei prezzi dell'olio extravergine di oliva, l'aumento dei costi di produzione, gli effetti dei cambiamenti climatici e il nuovo focolaio di Xylella fastidiosa in Calabria impongono una riflessione che non può più essere rimandata.
La domanda che dovremmo porci non è soltanto quanto olio produrremo quest'anno, ma soprattutto quale olivicoltura vogliamo consegnare alle generazioni future.
Il prezzo dell'olio rappresenta oggi una delle principali preoccupazioni per le aziende. Dopo una fase caratterizzata da quotazioni particolarmente elevate, il mercato ha registrato una sensibile contrazione, mentre i costi necessari per gestire un oliveto, dalla potatura alla raccolta, continuano a incidere significativamente sulla redditività aziendale.
È evidente che un'olivicoltura collinare, spesso caratterizzata da difficoltà di accesso e limitate possibilità di meccanizzazione, non possa sostenere gli stessi costi produttivi di un'azienda che opera su grandi superfici pianeggianti. Eppure, troppo spesso, gli oli ottenuti in questi contesti finiscono per confrontarsi con un mercato che non riconosce adeguatamente il valore del territorio, della biodiversità e del lavoro necessario per produrli.
A rendere ancora più delicato l'avvio della nuova campagna è il recente focolaio di Xylella fastidiosa individuato nel territorio di Taurianova, che rappresenta un ulteriore campanello d'allarme per l'olivicoltura calabrese. Proprio in questi giorni si è dato avvio alle operazioni di espianto e bruciatura delle piante, proprio come previsto dalle misure di contenimento del “batterio killer”, come spesso è stato definito.
Mi auguro vivamente che la politica, le istituzioni e tutti gli addetti ai lavori abbiano finalmente compreso il valore strategico della biodiversità olivicola.
La Calabria possiede un germoplasma straordinariamente vasto, costituito da cultivar autoctone, ecotipi e varietà locali che rappresentano un patrimonio genetico di inestimabile valore. Una ricchezza che deve essere studiata, caratterizzata e tutelata, anche attraverso programmi di ricerca finalizzati a individuare eventuali caratteri di tolleranza alle avversità biotiche e abiotiche.
La biodiversità non rappresenta, di per sé, una garanzia di resistenza alla Xylella, ma costituisce una risorsa fondamentale dalla quale la ricerca può partire per individuare nuove strategie di adattamento e tutela del patrimonio olivicolo.
Non possiamo pensare che il futuro dell'olivicoltura mediterranea debba coincidere necessariamente con la diffusione indiscriminata di impianti superintensivi, spesso basati su un numero limitato di cultivar. Questi modelli produttivi possono trovare una loro collocazione in specifici contesti agronomici ed economici, ma non possono rappresentare l'unica risposta alle difficoltà del settore.
Seppur il modello ad alta densità debba essere sostenuto laddove le caratteristiche pedologiche lo consentano, è anche tempo di tornare a investire sui nostri oliveti collinari, anziché considerarli un modello produttivo superato.
Molti di questi impianti hanno attraversato decenni, talvolta secoli, di siccità ed eventi climatici estremi, dimostrando una notevole capacità di sopravvivenza e adattamento alle condizioni ambientali mediterranee. Per chi frequenta gli areali olivicoli mediterranei si sarà imbattuto in situazioni in cui piante monumentali (estremamente cariche nonostante le svariate centinaia di anni) ancora verdi, con olive ben turgide nonostante mesi di siccità e accanto impianti di 30 anni completamente devastati dalla mancanza d’acqua.
Tale capacità deriva dall'interazione tra patrimonio genetico, sviluppo degli apparati radicali, caratteristiche del suolo e condizioni microclimatiche dei diversi areali.
Dobbiamo valorizzare questa attitudine, senza dimenticare che la sopravvivenza delle piante non equivale necessariamente alla sostenibilità economica delle produzioni.
Occorre pertanto investire nella gestione razionale della chioma, nel miglioramento della fertilità dei suoli, nella conservazione della sostanza organica, nell'efficienza idrica e nell'adozione delle moderne tecnologie di agricoltura di precisione.
Il telerilevamento multispettrale, il monitoraggio fisiologico delle piante e la diagnostica nutrizionale possono contribuire a rendere più efficienti anche gli oliveti tradizionali, consentendo di adattare gli interventi agronomici alle reali necessità delle colture.
Innovare, dunque, non significa necessariamente sostituire ciò che già possediamo, ma imparare a gestirlo meglio, valorizzandone le potenzialità.
La Calabria, così come buona parte dell'Italia, non può pensare di competere esclusivamente sul prezzo con i grandi centri internazionali della produzione. Deve invece costruire il proprio futuro sulla qualità, sulla biodiversità, sulla caratterizzazione territoriale e sulla capacità di offrire al mercato oli extravergini dalla forte identità.
Ma la qualità, da sola, non basta.
Occorre sostenere concretamente l'olivicoltura eroica, riconoscendo il valore economico, ambientale e sociale degli oliveti collinari e secolari. La loro tutela non può essere affidata soltanto alla passione degli agricoltori: servono investimenti, strumenti di sostegno adeguati e politiche capaci di garantire una prospettiva reddituale alle aziende.
Un oliveto collinare non produce soltanto olive. Contribuisce a custodire il paesaggio, a mantenere vive le aree interne, a preservare il patrimonio genetico locale e, attraverso una corretta gestione agronomica, può concorrere alla protezione del suolo e alla conservazione delle risorse naturali.
Sono funzioni che devono trovare un riconoscimento concreto, anche attraverso nuovi strumenti di valorizzazione dei servizi ecosistemici e programmi di sostegno realmente accessibili alle imprese agricole.
Parallelamente, dobbiamo affrontare un'altra grande sfida: accrescere la cultura del consumatore medio.
Negli ultimi anni abbiamo investito molto nella promozione degli oli di eccellenza, nei concorsi e nei riconoscimenti internazionali, ma non possiamo pensare che il futuro del comparto dipenda esclusivamente da una ristretta fascia di consumatori particolarmente attenti alla qualità.
Dobbiamo coinvolgere soprattutto chi acquista quotidianamente olio per la propria famiglia, colui che, attraverso le proprie scelte, contribuisce a movimentare una parte rilevante del mercato.
È necessario insegnargli a riconoscere un buon extravergine, a comprenderne le caratteristiche sensoriali, a interpretare correttamente le informazioni riportate in etichetta e a riconoscere il valore del lavoro agricolo che si cela dietro ogni bottiglia.
Solo ampliando la domanda consapevole di oli di qualità potremo contribuire a creare condizioni commerciali più favorevoli per le nostre aziende, riducendo la dipendenza da un mercato nel quale il prezzo più basso rappresenta troppo spesso il principale criterio di scelta.
Dedico da circa vent'anni una parte importante della mia vita professionale all'olivicoltura, investendo risorse, studio ed energie nella convinzione che questo comparto rappresenti una delle più grandi ricchezze del nostro territorio.
Proprio per questo, spero vivamente che l'attuale momento di difficoltà possa finalmente tradursi in una reale volontà di tutelare il patrimonio olivicolo e non nell'ennesima stagione di dichiarazioni e promesse destinate a esaurirsi con il superamento dell'emergenza.
Gli interventi messi in campo finora, a diversi livelli, non sono stati sufficienti a garantire una prospettiva stabile a molte aziende olivicole, soprattutto a quelle che operano nei territori più difficili.
Non possiamo continuare a celebrare i nostri olivi secolari come simboli identitari e, contemporaneamente, lasciare che gli agricoltori che li custodiscono siano costretti ad abbandonarli per mancanza di redditività.
Servono programmazione, investimenti nella ricerca, sostegno alle aziende e una strategia di valorizzazione commerciale che parta dalle caratteristiche distintive dei nostri territori.
L'agricoltura è cambiata e gli approcci tradizionali devono evolversi. Anzi, dobbiamo imparare ad anticipare i cambiamenti, anziché limitarci a rincorrerli.
La nuova campagna olearia dovrebbe rappresentare un'occasione per trasformare le difficoltà attuali in una riflessione concreta sul futuro del comparto, mettendo finalmente al centro il reddito degli olivicoltori, la conservazione della biodiversità e la valorizzazione della qualità.
La Calabria non ha bisogno di produrre l'olio di tutti. Ha bisogno di dare a tutti una ragione per scegliere il suo olio.
E il futuro della nostra olivicoltura non nascerà dalla rinuncia alle proprie radici, ma dalla capacità di investire su di esse.
Thomas Vatrano
Dottore Agronomo, PhD