
Il grido di dolore degli agricoltori e degli autotrasportatori, tra caro carburante, crisi economica e dignità del lavoro. Una riflessione sul valore del cibo e sul futuro del Made in Italy.
Ci sono immagini che difficilmente si dimenticano, capaci di scuotere le coscienze molto più di qualsiasi discorso o dato statistico.
Da scrittore, prima ancora che da agronomo, ho provato una profonda commozione nel vedere Antonio Zangari, l'uomo calabrese conosciuto come il “Gigante buono”, lasciarsi andare alle lacrime davanti alle telecamere durante una manifestazione contro il caro carburante.
Un uomo apparentemente forte, imponente, dignitoso, che attraverso quelle lacrime ha espresso un disagio che accomuna tanti lavoratori italiani: la difficoltà di continuare a svolgere la propria attività e garantire un futuro sereno alla famiglia.
Non è giusto che un uomo debba arrivare a piangere pubblicamente perché il proprio lavoro non riesce più a garantirgli dignità e tranquillità.
Quelle immagini dovrebbero scuotere tutti noi, spingerci a non rimanere indifferenti e, perché no, a scendere pacificamente nelle strade per manifestare solidarietà verso chi attraversa difficoltà reali.
Perché in Italia esistono tanti altri Antonio Zangari. Agricoltori, autotrasportatori, piccoli imprenditori e lavoratori che ogni giorno affrontano sacrifici enormi, mentre il costo della vita continua a pesare sulle loro famiglie.
Da agronomo di campo, che vive quotidianamente le realtà produttive e conosce da vicino le difficoltà di chi lavora la terra, non posso che schierarmi al fianco di tutti gli attori reali della filiera agricola. Uomini e donne che combattono contro l'aumento dei costi di produzione, le avversità climatiche e, soprattutto, un sistema di formazione dei prezzi che troppo spesso non riconosce il reale valore del loro lavoro.
L'agricoltura sta attraversando una fase estremamente delicata. Gasolio, fertilizzanti, energia, manodopera e trasporti incidono pesantemente sui bilanci aziendali. A questi si aggiungono gli effetti dei cambiamenti climatici, della siccità e degli eventi meteorologici estremi, che rendono sempre più incerti i risultati produttivi.
Quando si arriva a parlare di gasolio agricolo a 1,80 euro al litro, come segnalato in questi giorni, è inevitabile interrogarsi sulla sostenibilità economica delle nostre imprese.
Ma il paradosso più grande è un altro: mentre il consumatore paga sempre di più i prodotti alimentari, molti agricoltori continuano a ricevere compensi insufficienti per il proprio lavoro.
Come è possibile che chi produce il cibo, assumendosi gran parte dei rischi, debba spesso accontentarsi di una remunerazione inadeguata? E come è possibile che i prezzi aumentino sugli scaffali senza garantire necessariamente un maggiore reddito a chi coltiva?
La questione riguarda l'intera filiera, dalla produzione alla trasformazione, dalla logistica alla distribuzione. Non si tratta di individuare un colpevole, ma di riflettere su un sistema che necessita di maggiore equilibrio e trasparenza.
Nel frattempo, la povertà continua a rappresentare una ferita sociale. Secondo i dati ISTAT relativi al 2025, oltre 5,4 milioni di persone vivono in condizioni di povertà assoluta in Italia. Dietro questi numeri ci sono famiglie che, pur lavorando e facendo sacrifici, faticano ad arrivare alla fine del mese.
Ed è proprio in questo scenario che desidero rivolgermi ai lettori di Valori in Campo e soprattutto ai consumatori finali, ponendo alcuni interrogativi.
Quando acquistiamo un litro di olio extravergine di oliva, ci chiediamo quanto di quel prezzo contribuisca realmente al sostentamento dell'olivicoltore che lo ha prodotto?
Quando acquistiamo un chilogrammo di frutta, pensiamo mai al compenso riconosciuto a chi ha lavorato un intero anno, affrontando costi, rischi e sacrifici?
Quando scegliamo un prodotto esclusivamente perché costa meno, ci interroghiamo sulle condizioni economiche di chi lo ha realizzato?
Siamo davvero disposti a tutelare il Made in Italy oppure ci ricordiamo delle nostre eccellenze agroalimentari soltanto quando dobbiamo celebrarle?
Non sarebbe opportuno privilegiare, quando possibile, prodotti locali, stagionali e a chilometro zero, sostenendo concretamente le aziende agricole del nostro territorio?
Il chilometro zero non rappresenta automaticamente una garanzia di maggiore qualità o sostenibilità ambientale, ma può favorire un rapporto più diretto tra produttore e consumatore e una migliore valorizzazione delle produzioni locali.
Dovremmo imparare a chiederci non soltanto quanto costa un prodotto, ma quanto vale il lavoro necessario per ottenerlo.
Dietro un litro di olio extravergine di oliva ci sono mesi di lavoro, investimenti, potature, trattamenti, raccolta e trasformazione. Dietro un chilogrammo di frutta ci sono uomini e donne che affrontano il caldo estivo, il freddo invernale e l'incertezza di un raccolto che potrebbe essere compromesso in poche ore.
Ci sono mani segnate dal lavoro, mani laboriose che troppo spesso rimangono invisibili agli occhi del consumatore.
Sono le mani dei tanti Antonio Zangari che esistono in Italia.
Non intendo certamente attribuire ai consumatori la responsabilità di questa crisi. Sarebbe ingiusto, soprattutto nei confronti delle famiglie che devono confrontarsi con stipendi e pensioni spesso insufficienti.
Allo stesso modo, questo articolo non vuole rappresentare un attacco alla politica, alle istituzioni o alle associazioni di categoria. Vuole essere un richiamo alla responsabilità collettiva, affinché il disagio di chi lavora non venga considerato una condizione inevitabile.
Occorrono soluzioni strutturali che garantiscano una remunerazione equa alle imprese agricole, maggiore trasparenza nelle filiere e prezzi sostenibili per i consumatori.
Da oltre vent'anni dedico buona parte della mia vita professionale all'agricoltura, in particolare all'olivicoltura, e posso testimoniare quanto sacrificio, competenza e passione vi siano dietro ogni azienda che continua a produrre, soprattutto nelle aree interne e collinari del Mezzogiorno.
Quando un agricoltore abbandona la propria attività non perdiamo soltanto un'impresa, ma anche un presidio del territorio, una parte della nostra biodiversità, del paesaggio e delle tradizioni.
Non possiamo pretendere di salvaguardare il Made in Italy se non ci preoccupiamo della sopravvivenza delle imprese che lo rendono possibile.
Vorrei che le lacrime di Antonio Zangari non rimanessero soltanto un episodio televisivo destinato a essere dimenticato. Vorrei che diventassero un monito per chi governa, per chi rappresenta le categorie produttive, per chi commercializza i prodotti agricoli e per ciascuno di noi.
Da scrittore, quelle lacrime mi hanno commosso. Da agronomo di campo, mi hanno fatto riflettere sul futuro di un settore al quale dedico, da oltre vent'anni, la mia vita professionale. Da cittadino, mi hanno ricordato che la dignità del lavoro non dovrebbe mai essere considerata un privilegio.
E allora vorrei concludere con una domanda rivolta a tutti, me compreso:
Quando porteremo sulle nostre tavole un litro di olio extravergine di oliva, un chilogrammo di frutta o qualsiasi altro prodotto della nostra terra, saremo capaci di vedere, oltre al prezzo riportato sull'etichetta, anche il volto e le mani di chi lo ha prodotto?
Perché dietro quel prodotto potrebbe esserci un altro Antonio Zangari.
E forse dovremmo ricordarci più spesso che il vero valore del cibo non si misura soltanto in euro, ma anche nella dignità di chi lo produce.
Che le lacrime del Gigante buono non cadano nell'indifferenza. Perché un Paese che smette di ascoltare chi lavora la propria terra rischia, prima o poi, di perdere anche le proprie radici.
Questa versione conserva la componente emotiva, ma soprattutto il messaggio che vuoi trasmettere: non chiedere al consumatore di spendere necessariamente di più, bensì di interrogarsi su dove finiscano i soldi che spende e su quanto di quel valore ritorni realmente a chi produce.
Thomas Vatrano – Dottore Agronomo, PhD




