
Il Parlamento europeo chiede un cambio di passo nelle politiche giovanili: non più soltanto dichiarazioni d’intenti e interventi occasionali, ma investimenti strutturali, misurabili e orientati al futuro. È questo il significato della risoluzione approvata il 15 settembre 2026 sull’attuazione della EU Youth Strategy 2019-2027, che introduce un principio destinato ad assumere crescente rilevanza nella programmazione finanziaria europea: il bilancio intergenerazionale.
In sostanza il Parlamento invita la Commissione e gli Stati membri ad applicare i principi del bilancio intergenerazionale ai Bilanci nazionali e al prossimo Quadro finanziario pluriennale 2028-2034, valutando le decisioni di spesa in funzione dei loro effetti di lungo periodo sulle giovani generazioni e su quelle future.
L'obiettivo è superare la frammentazione delle politiche giovanili, assicurando risorse riconoscibili nei bilanci pubblici e interventi capaci di produrre risultati duraturi. Una prospettiva particolarmente significativa nell'attuale contesto demografico europeo, caratterizzato dall'invecchiamento della popolazione e dalla progressiva riduzione del peso numerico ed elettorale dei giovani e dei giovanissimi.
Il rischio è che gli squilibri demografici si traducano anche in squilibri nelle priorità della spesa pubblica, privilegiando le esigenze delle generazioni più numerose. Il bilancio intergenerazionale intende contrastare questa tendenza, introducendo maggiore trasparenza nell'allocazione delle risorse e una valutazione sistematica delle conseguenze delle scelte pubbliche.
La risoluzione richiama espressamente un precedente parere del Comitato economico e sociale europeo (CESE), che ha contribuito a portare il tema dell'equità intergenerazionale nell'agenda istituzionale dell'Unione.
Un primo obiettivo potrebbe essere destinare almeno il 2% della spesa pubblica alle politiche giovanili, una soglia indicativa che riflette l'attuale media europea, ma che non costituisce un vincolo formalmente stabilito dalle istituzioni dell'UE.
Le differenze tra Stati membri rimangono significative. Secondo i dati disponibili, la Danimarca destina il 4,1% alle politiche sociali per bambini, giovani e famiglie, la Finlandia il 3,5% e la Polonia il 3,1%. Percentuali inferiori caratterizzano Germania (1,9%), Italia (1,5%) e Spagna (1%). Questi divari evidenziano la necessità di rafforzare gli investimenti, pur considerando le differenze tra i sistemi nazionali di classificazione della spesa.
Per l'Italia, il percorso registra alcuni segnali di miglioramento. La quota destinata a giovani e famiglie sarebbe passata dall'1% nel 2020 all'1,3% nel 2022, fino all'1,4% nel 2023 e all'attuale 1,5%. Un incremento positivo, ma ancora insufficiente rispetto alle sfide della denatalità, dell'autonomia giovanile e delle disuguaglianze territoriali.
Gli investimenti potrebbero riguardare il potenziamento degli asili nido, l'edilizia pubblica per facilitare l’accesso all'abitazione, l'occupazione giovanile e il contrasto allo spopolamento delle aree interne. La scelta delle priorità resterebbe affidata agli Stati membri, nel rispetto delle specificità territoriali.
Sul piano nazionale, un ulteriore passaggio è rappresentato dal disegno di legge sulle politiche giovanili promosso dal ministro Abodi, approvato dalla Camera nel luglio 2026 e all'esame del Senato da settembre. Il provvedimento, che ambisce a dare attuazione proprio all’Agenda richiamata dal Parlamento europeo, punta a costruire un quadro più organico degli interventi rivolti alle nuove generazioni. Investire nei giovani e nelle loro famiglie significa, in questa prospettiva, non soltanto sostenere una specifica componente della popolazione, ma rafforzare la sostenibilità economica, sociale e demografica dell'intera Unione.
Prof. Luciano Monti - Docente di Politiche dell’Unione europea alla Luiss di Roma




