
Una lettera scritta a mano, centinaia di olivi ultracentenari e una donna straordinaria. Tra le colline di Cirò, una storia di amore, responsabilità e resilienza che dovrebbe far riflettere un'intera generazione.
Ci sono incontri che lasciano un segno profondo. Incontri che non si esauriscono in una stretta di mano, in una conversazione o in una semplice consulenza professionale, ma che riescono a toccare corde dell'animo che credevamo appartenessero soltanto ai ricordi più intimi.
Questa storia comincia con una lettera.
Non una telefonata, non un messaggio WhatsApp e nemmeno una richiesta attraverso i social. Una lettera vera, scritta a penna, come si faceva un tempo. Un gesto di straordinaria delicatezza, quasi rivoluzionario in un'epoca nella quale tutto sembra consumarsi nella velocità di uno schermo.
A scrivermi era una donna che ha attraversato otto decenni di vita, portando con sé quel patrimonio di sensibilità, educazione e valori che oggi rischiamo troppo spesso di dimenticare.
Tra le righe, una richiesta di consulenza agronomica: i suoi olivi, ormai da diversi anni, non riuscivano più a garantire un raccolto soddisfacente.
Eppure, ciò che mi colpì immediatamente non fu il problema tecnico, ma il modo in cui quella richiesta mi era stata rivolta. Qualcuno aveva trovato il tempo di prendere carta e penna, scegliere le parole e affidare a una lettera la propria preoccupazione.
Sentii immediatamente il desiderio di conoscere quella persona.
La destinazione era una collina calabrese sospesa tra Cirò Marina e Cirò Superiore, affacciata sul mare Ionio. Uno di quei luoghi nei quali la natura sembra conservare una dimensione quasi mistica, dove la luce del Mediterraneo incontra la terra e il paesaggio racconta una storia millenaria.
Sassi, ciottoli e sabbia caratterizzano un terreno dalla forte identità, espressione di un territorio storicamente vocato alla coltivazione dell'olivo e della vite. È qui che sorgono diverse centinaia di piante ultracentenarie di Dolce di Rossano, una cultivar che rappresenta una delle tante espressioni della straordinaria biodiversità olivicola calabrese.
Alberi maestosi, con tronchi segnati dal tempo, testimoni silenziosi di generazioni e di stagioni trascorse.
Ma la vera protagonista di questa storia non è soltanto la bellezza di quel paesaggio.
È Paola Lattari.
Quando sono arrivato presso la sua abitazione, ho conosciuto una donna di una semplicità disarmante. Una professoressa oggi in pensione, che con estrema umiltà ha voluto subito mettere da parte ogni formalità.
«Chiamami Paola».
Una richiesta semplice, che raccontava già molto della persona che avevo davanti.
Nessuna ostentazione, nessuna distanza. Soltanto il desiderio autentico di condividere una preoccupazione che, per lei, rappresenta qualcosa di profondamente importante.
Parlando dei suoi olivi, ho compreso immediatamente che non mi trovavo davanti a una proprietaria terriera interessata esclusivamente alla produzione agricola.
Per Paola quelle piante sono molto di più.
Sono i suoi figli.
E quando, durante la nostra conversazione, mi ha detto che si sente responsabile di quegli alberi e che ha il dovere di tutelarli, confesso di aver fatto fatica a trattenere le lacrime.
Quelle parole mi sono entrate dritte al cuore.
Non erano espressioni di circostanza. Erano parole pronunciate con la consapevolezza di chi sente di avere ricevuto qualcosa di prezioso e considera un dovere morale custodirlo, proteggerlo e consegnarlo alle generazioni future.
In quel momento ho capito che la richiesta di Paola non riguardava semplicemente il desiderio di ottenere qualche quintale di olive in più.
Era una richiesta di aiuto per continuare a proteggere una parte della propria vita.
Da agronomo, sono abituato ad affrontare i problemi degli oliveti attraverso la fisiologia vegetale, la conoscenza del suolo, le analisi nutrizionali e lo studio dei fattori ambientali che influenzano la produttività. È il metodo scientifico che guida il mio lavoro e al quale non potrei mai rinunciare.
Ma esistono momenti nei quali la tecnica, pur indispensabile, sembra diventare soltanto uno degli strumenti attraverso cui possiamo prenderci cura di qualcosa di immensamente più grande.
Perché un olivo secolare non è soltanto una pianta.
È memoria, identità, paesaggio, biodiversità. È il risultato di un rapporto millenario tra l'uomo e la natura, un'eredità vivente che nessuna logica esclusivamente produttiva dovrebbe permettersi di ignorare.
E Paola questo lo sa, forse meglio di tanti di noi.
Lei, che per una vita ha insegnato, oggi continua a farlo.
Non più tra i banchi di scuola, ma tra i suoi olivi.
Continua a insegnare alla Calabria, ai giovani, agli agricoltori e a tutti coloro che hanno smarrito il senso profondo del rapporto con la terra.
Lo fa senza cattedra, senza libri e senza bisogno di grandi discorsi. Lo fa attraverso i gesti quotidiani, la determinazione e la responsabilità con cui continua a prendersi cura di diverse centinaia di alberi che erano già lì molto prima della sua nascita e che, mi auguro, continueranno a vivere per molte generazioni ancora.
Paola non custodisce semplicemente un oliveto. Custodisce un'eredità collettiva.
Ed è proprio questo che dovrebbe farci riflettere.
Viviamo in un periodo estremamente complesso per l'olivicoltura, soprattutto per quella tradizionale, collinare e storica. I costi aumentano, le difficoltà produttive si moltiplicano, il cambiamento climatico mette a dura prova gli agroecosistemi e troppo spesso gli oliveti secolari vengono considerati soltanto attraverso il parametro della convenienza economica.
Eppure, una donna di ottant'anni, con la sua tenacia e il suo straordinario senso di responsabilità, ci ricorda che esiste un valore che non può essere espresso in euro per ettaro o in chilogrammi di olive prodotte.
È il valore del rispetto.
Il rispetto per la terra, per chi ci ha preceduto e per ciò che abbiamo il dovere di lasciare a chi verrà dopo di noi.
L'olivo, pianta sacra nella civiltà greca, simbolo di pace, saggezza e continuità della vita, merita ben altra considerazione. Non possiamo celebrare la sua bellezza nei convegni, raccontarne la storia nei libri e poi dimenticarci degli alberi che ancora oggi custodiscono concretamente quel patrimonio.
Serve maggiore attenzione verso l'olivicoltura storica. Servono ricerca, competenza, investimenti, strumenti innovativi e soprattutto una visione capace di riconoscere agli oliveti monumentali e tradizionali il valore ambientale, culturale e sociale che realmente possiedono.
Ma serve anche qualcosa che nessuna tecnologia potrà mai sostituire: la passione di persone come Paola.
Mi auguro profondamente che la sua storia possa diventare uno stimolo per l'intero comparto agricolo calabrese.
Che la sua tenacia, la sua resilienza e la sua capacità di non arrendersi possano ricordare a tutti noi che, anche davanti alle difficoltà, occorre continuare a lottare, rimboccarsi le maniche e credere nel valore di ciò che facciamo.
Perché se una donna che ha dedicato una vita all'insegnamento continua, con questa determinazione, a battersi per la salute e il futuro dei propri olivi, allora anche noi abbiamo il dovere di fare la nostra parte.
Non so ancora quali saranno i risultati del percorso agronomico che intraprenderemo. La natura non concede scorciatoie e il recupero della capacità produttiva di piante così antiche richiede conoscenza, pazienza e rispetto dei loro equilibri fisiologici.
Ma una cosa la so con certezza.
Quel giorno ero arrivato tra le colline di Cirò per offrire una consulenza agronomica.
Sono tornato a casa con una lezione di vita.
Una lezione ricevuta da una professoressa che non ha mai smesso di insegnare.
E forse, cara Paola, non immagini nemmeno quanto siano preziose le parole che mi hai rivolto.
Perché mentre io cercherò, con tutte le mie competenze, di aiutarti a restituire vigore e produttività ai tuoi amati olivi, tu mi hai già ricordato qualcosa che nessuna università potrà mai insegnare fino in fondo.
Che il nostro compito non è soltanto coltivare la terra.
È imparare a sentirci responsabili di ciò che ci è stato affidato.
Grazie, Paola.
Per quella lettera scritta a mano. Per la tua umiltà. Per l'amore che dimostri ai tuoi alberi.
E soprattutto perché, in un tempo in cui si parla tanto di sostenibilità, tu hai scelto semplicemente di praticarla, ogni giorno, con le tue mani e con il tuo cuore.
Dottore Agronomo Thomas Vatrano, PhD





