14 Ott 2026

Cultura e formazione

De Libris

De Libris

Una rubrica dedicata alle recensioni di volumi di qualità

Una lettera scritta a mano, centinaia di olivi ultracentenari e una donna straordinaria. Tra le colline di Cirò, una storia di amore, responsabilità e resilienza che dovrebbe far riflettere un'intera generazione.

 

Ci sono incontri che lasciano un segno profondo. Incontri che non si esauriscono in una stretta di mano, in una conversazione o in una semplice consulenza professionale, ma che riescono a toccare corde dell'animo che credevamo appartenessero soltanto ai ricordi più intimi.

Questa storia comincia con una lettera.

Non una telefonata, non un messaggio WhatsApp e nemmeno una richiesta attraverso i social. Una lettera vera, scritta a penna, come si faceva un tempo. Un gesto di straordinaria delicatezza, quasi rivoluzionario in un'epoca nella quale tutto sembra consumarsi nella velocità di uno schermo.

A scrivermi era una donna che ha attraversato otto decenni di vita, portando con sé quel patrimonio di sensibilità, educazione e valori che oggi rischiamo troppo spesso di dimenticare.

Tra le righe, una richiesta di consulenza agronomica: i suoi olivi, ormai da diversi anni, non riuscivano più a garantire un raccolto soddisfacente.

Eppure, ciò che mi colpì immediatamente non fu il problema tecnico, ma il modo in cui quella richiesta mi era stata rivolta. Qualcuno aveva trovato il tempo di prendere carta e penna, scegliere le parole e affidare a una lettera la propria preoccupazione.

Sentii immediatamente il desiderio di conoscere quella persona.

La destinazione era una collina calabrese sospesa tra Cirò Marina e Cirò Superiore, affacciata sul mare Ionio. Uno di quei luoghi nei quali la natura sembra conservare una dimensione quasi mistica, dove la luce del Mediterraneo incontra la terra e il paesaggio racconta una storia millenaria.

Sassi, ciottoli e sabbia caratterizzano un terreno dalla forte identità, espressione di un territorio storicamente vocato alla coltivazione dell'olivo e della vite. È qui che sorgono diverse centinaia di piante ultracentenarie di Dolce di Rossano, una cultivar che rappresenta una delle tante espressioni della straordinaria biodiversità olivicola calabrese.

Alberi maestosi, con tronchi segnati dal tempo, testimoni silenziosi di generazioni e di stagioni trascorse.

Ma la vera protagonista di questa storia non è soltanto la bellezza di quel paesaggio.

È Paola Lattari.

Quando sono arrivato presso la sua abitazione, ho conosciuto una donna di una semplicità disarmante. Una professoressa oggi in pensione, che con estrema umiltà ha voluto subito mettere da parte ogni formalità.

«Chiamami Paola».

Una richiesta semplice, che raccontava già molto della persona che avevo davanti.

Nessuna ostentazione, nessuna distanza. Soltanto il desiderio autentico di condividere una preoccupazione che, per lei, rappresenta qualcosa di profondamente importante.

Parlando dei suoi olivi, ho compreso immediatamente che non mi trovavo davanti a una proprietaria terriera interessata esclusivamente alla produzione agricola.

Per Paola quelle piante sono molto di più.

Sono i suoi figli.

E quando, durante la nostra conversazione, mi ha detto che si sente responsabile di quegli alberi e che ha il dovere di tutelarli, confesso di aver fatto fatica a trattenere le lacrime.

Quelle parole mi sono entrate dritte al cuore.

Non erano espressioni di circostanza. Erano parole pronunciate con la consapevolezza di chi sente di avere ricevuto qualcosa di prezioso e considera un dovere morale custodirlo, proteggerlo e consegnarlo alle generazioni future.

In quel momento ho capito che la richiesta di Paola non riguardava semplicemente il desiderio di ottenere qualche quintale di olive in più.

Era una richiesta di aiuto per continuare a proteggere una parte della propria vita.

Da agronomo, sono abituato ad affrontare i problemi degli oliveti attraverso la fisiologia vegetale, la conoscenza del suolo, le analisi nutrizionali e lo studio dei fattori ambientali che influenzano la produttività. È il metodo scientifico che guida il mio lavoro e al quale non potrei mai rinunciare.

Ma esistono momenti nei quali la tecnica, pur indispensabile, sembra diventare soltanto uno degli strumenti attraverso cui possiamo prenderci cura di qualcosa di immensamente più grande.

Perché un olivo secolare non è soltanto una pianta.

È memoria, identità, paesaggio, biodiversità. È il risultato di un rapporto millenario tra l'uomo e la natura, un'eredità vivente che nessuna logica esclusivamente produttiva dovrebbe permettersi di ignorare.

E Paola questo lo sa, forse meglio di tanti di noi.

Lei, che per una vita ha insegnato, oggi continua a farlo.

Non più tra i banchi di scuola, ma tra i suoi olivi.

Continua a insegnare alla Calabria, ai giovani, agli agricoltori e a tutti coloro che hanno smarrito il senso profondo del rapporto con la terra.

Lo fa senza cattedra, senza libri e senza bisogno di grandi discorsi. Lo fa attraverso i gesti quotidiani, la determinazione e la responsabilità con cui continua a prendersi cura di diverse centinaia di alberi che erano già lì molto prima della sua nascita e che, mi auguro, continueranno a vivere per molte generazioni ancora.

Paola non custodisce semplicemente un oliveto. Custodisce un'eredità collettiva.

Ed è proprio questo che dovrebbe farci riflettere.

Viviamo in un periodo estremamente complesso per l'olivicoltura, soprattutto per quella tradizionale, collinare e storica. I costi aumentano, le difficoltà produttive si moltiplicano, il cambiamento climatico mette a dura prova gli agroecosistemi e troppo spesso gli oliveti secolari vengono considerati soltanto attraverso il parametro della convenienza economica.

Eppure, una donna di ottant'anni, con la sua tenacia e il suo straordinario senso di responsabilità, ci ricorda che esiste un valore che non può essere espresso in euro per ettaro o in chilogrammi di olive prodotte.

È il valore del rispetto.

Il rispetto per la terra, per chi ci ha preceduto e per ciò che abbiamo il dovere di lasciare a chi verrà dopo di noi.

L'olivo, pianta sacra nella civiltà greca, simbolo di pace, saggezza e continuità della vita, merita ben altra considerazione. Non possiamo celebrare la sua bellezza nei convegni, raccontarne la storia nei libri e poi dimenticarci degli alberi che ancora oggi custodiscono concretamente quel patrimonio.

Serve maggiore attenzione verso l'olivicoltura storica. Servono ricerca, competenza, investimenti, strumenti innovativi e soprattutto una visione capace di riconoscere agli oliveti monumentali e tradizionali il valore ambientale, culturale e sociale che realmente possiedono.

Ma serve anche qualcosa che nessuna tecnologia potrà mai sostituire: la passione di persone come Paola.

Mi auguro profondamente che la sua storia possa diventare uno stimolo per l'intero comparto agricolo calabrese.

Che la sua tenacia, la sua resilienza e la sua capacità di non arrendersi possano ricordare a tutti noi che, anche davanti alle difficoltà, occorre continuare a lottare, rimboccarsi le maniche e credere nel valore di ciò che facciamo.

Perché se una donna che ha dedicato una vita all'insegnamento continua, con questa determinazione, a battersi per la salute e il futuro dei propri olivi, allora anche noi abbiamo il dovere di fare la nostra parte.

Non so ancora quali saranno i risultati del percorso agronomico che intraprenderemo. La natura non concede scorciatoie e il recupero della capacità produttiva di piante così antiche richiede conoscenza, pazienza e rispetto dei loro equilibri fisiologici.

Ma una cosa la so con certezza.

Quel giorno ero arrivato tra le colline di Cirò per offrire una consulenza agronomica.

Sono tornato a casa con una lezione di vita.

Una lezione ricevuta da una professoressa che non ha mai smesso di insegnare.

E forse, cara Paola, non immagini nemmeno quanto siano preziose le parole che mi hai rivolto.

Perché mentre io cercherò, con tutte le mie competenze, di aiutarti a restituire vigore e produttività ai tuoi amati olivi, tu mi hai già ricordato qualcosa che nessuna università potrà mai insegnare fino in fondo.

Che il nostro compito non è soltanto coltivare la terra.

È imparare a sentirci responsabili di ciò che ci è stato affidato.

Grazie, Paola.

Per quella lettera scritta a mano. Per la tua umiltà. Per l'amore che dimostri ai tuoi alberi.

E soprattutto perché, in un tempo in cui si parla tanto di sostenibilità, tu hai scelto semplicemente di praticarla, ogni giorno, con le tue mani e con il tuo cuore.

Dottore Agronomo Thomas Vatrano, PhD

Il cibo come ascolto, presenza e nutrimento profondo

 

Il contatto che si pratica con lo shiatsu attraverso opportune pressioni, non è mai una semplice applicazione di tecniche meccaniche. Ogni volta che si appoggiano le mani sul corpo di una persona, si entra in uno spazio di ascolto profondo, silenzioso e rispettoso. Le mani non impongono un cambiamento dall'esterno; al contrario, si mettono in sintonia con i ritmi biologici, con le contrazioni muscolari trattenute, con il flusso energetico e con la risposta del sistema nervoso dell'altro.

Questo costante studio di sensibilità e presenza porta, nel tempo, a riflettere su quanto il medesimo atteggiamento sia determinante quando ci accostiamo al cibo. Nella frenesia della vita contemporanea, l'atto di alimentarsi viene frequentemente declassato ad automatismo o a risposta compensativa di fronte allo stress, all'ansia e all'affaticamento mentale. Ci nutriamo velocemente, spesso completamente disconnessi dalla reale percezione del nostro stato interno. La pratica corporea ci pone invece un quesito radicale e trasformativo: con quale stato d'animo, con quale ascolto e con quale qualità di presenza ci sediamo a tavola?

Per rendere pratico questo legame, desidero condividere un'esperienza vissuta direttamente con una persona che ho seguito tempo fa. Ho accolto nel mio studio un ricevente che lamentava uno stato prolungato di stanchezza cronica, accompagnato da un rapporto fortemente conflittuale con l'alimentazione. Mi raccontava di vivere quasi ogni sera una fame irrefrenabile e compulsiva. Al termine di giornate lavorative concitate, il cibo diventava l'unico anestetico immediato per spegnere l'inquietudine e il sovraccarico emotivo.

Durante il trattamento legato alla digestione e all’assimilazione, che la Medicina Tradizionale Cinese associa all'elemento Terra, la qualità del contatto è stata orientata a produrre una pressione perpendicolare, costante e profonda, capace di offrire sostegno e contenimento al sistema nervoso. Sotto l'azione delle pressioni, il tono muscolare ha iniziato a cedere e il respiro, inizialmente corto e toracico, divenne progressivamente più profondo e addominale.

Il ricevente sciolse una marcata tensione diaframmatica con un sospiro liberatorio e fece una riflessione illuminante:

«Per la prima volta dopo mesi, sento chiaramente la differenza tra il vuoto nello stomaco e la fame vera. Prima cercavo di riempire con il cibo un vuoto che in realtà era solo bisogno di riposo, di silenzio e di contatto con me stesso».

Quella presa di coscienza dimostrò chiaramente come la regolazione somatica agisca direttamente sul comportamento alimentare. Allentando le contrazioni viscerali e ripristinando la consapevolezza interocettiva, lo Shiatsu aveva permesso a quella persona di riconoscere il bisogno fisiologico di nutrimento e la necessità psicologica di compensazione emotiva.

Se osserviamo questo fenomeno sotto una lente neuroscientifica e fisiologica, l'effetto dello Shiatsu sulla capacità di nutrirsi trova spiegazioni estremamente precise e documentate. Il nostro organismo gestisce le funzioni vitali attraverso il Sistema Nervoso Autonomo, diviso nelle sue due branche principali: l'ortosimpatico e il parasimpatico.

Quando viviamo in uno stato di stress cronico, il sistema ortosimpatico prende il sopravvento («attacco o fuga»). Da un punto di vista fisiologico, l'attivazione ortosimpatica inibisce prioritariamente i processi digestivi: vasocostringe i vasi sanguigni viscerali, riduce la produzione di enzimi digestivi e acido cloridrico, blocca la peristalsi intestinale e aumenta la tensione degli sfinteri. Mangiare in questo stato significa introdurre cibo in un apparato digerente impreparato ad accoglierlo, generando gonfiore, malassorbimento e fame ansiosa.

La pressione specifica dello Shiatsu stimola i meccanocettori cutanei e muscolari, attivando una risposta riflessa che modula il tono neurovegetativo: attivando il nervo Vago determinando una risposta parasimpatica, riducendo gli ormoni dello stress, potenziando interocezione e propriocezione, rilassando le fasce muscolari.

Questa lettura scientifica si integra perfettamente con la visione profonda e multidimensionale dello Shiatsu, una disciplina che invita a superare ogni approccio riduzionista all'alimentazione, intesa non più come semplice conteggio calorico o bilancio di macro-nutrienti, ma come nutrimento integrato per il corpo, la mente e lo spirito.

Attraverso la sensibilità e la consapevolezza del corpo, il cibo viene riconosciuto come un'esperienza complessa. Quando il filosofo Ludwig Feuerbach affermava che «l'uomo è ciò che mangia», anticipava una verità bio-psichica che la neurogastroenterologia oggi conferma a tutti gli effetti: il nostro “secondo cervello” intestinale dialoga ininterrottamente con il sistema nervoso centrale. Imparare a nutrirsi con consapevolezza significa dunque nutrire non soltanto i tessuti biologici, ma anche la qualità dei nostri pensieri, la stabilità emotiva e il livello di energia vitale con cui affrontiamo le giornate.

L'equilibrio individuale raggiunto attraverso lo Shiatsu e la consapevolezza a tavola non può tuttavia essere isolato dal contesto sociale e naturale in cui viviamo. Esiste infatti una connessione inscindibile tra la salubrità dell'ecosistema e lo stato di salute della persona: non è possibile concepire un essere umano davvero sano e in armonia all'interno di un ambiente degradato, inquinato o impoverito.

Il cibo rappresenta il legame biologico ed etico più diretto tra l'uomo e la terra. La qualità del nutrimento che assimiliamo dipende dalla salute dei suoli, dal rispetto delle stagionalità, dalla tutela della biodiversità e dal lavoro dignitoso di chi coltiva i campi. Promuovere la salute attraverso la pratica dello Shiatsu e l'educazione a un'alimentazione consapevole significa contribuire a una vera ecologia della vita quotidiana: un percorso che parte dal rispetto per il proprio corpo, passa per la scelta di un cibo sano e sostenibile, e si traduce in una responsabilità attiva verso la tutela del territorio e delle risorse naturali.

Renato Zaffina

Insegnante Pedagogia del contatto e Shiatsu

 

Le reali fabbriche del ferro in Calabria, questo è il titolo del libro di Danilo FRANCO, ecomuseologo e studioso di archeologia industriale calabrese, che ci racconta, nel suo ultimo lavoro, la storia di quando la Calabria era industriale e si inseriva a pieno titolo e con forza nel vasto complesso industriale del Regno Delle Due Sicilie. Con il libro l’autore cerca di dare completezza al suo precedente lavoro “Il ferro in Calabria” e di ricollocare nel grande libro della nostra regione e del Meridione alcune, a dire il vero tante, pagine mancanti, strappate dalla storiografia “ufficiale”. Il testo è un ulteriore tassello che arricchisce la conoscenza della laboriosità dei calabresi in un passato non molto lontano da noi. Leggendolo, si riscoprono vicende e storie sconosciute e viene posto l’accento su ciò che “possedeva”, il comprensorio industriale calabrese delle Serre Calabre-Vallata dello Stilaro, attivo, dall’epoca pre magna-grecia, sino al finire del secolo scorso. Miniere, ferriere, fabbriche d’armi, villaggi operai, e una tecnologia che lo poneva alla pari di altri poli industriali europei. Questo patrimonio industriale, materiale e immateriale, fa sì che la vallata della fiumara Stilaro, e il suo comprensorio, sia oggi considerata: la “culla” della prima industrializzazione meridionale. L’industria calabrese non fu un capriccio del governante di turno, ma fu fortemente voluta per la ricaduta economica che essa produceva, innescata soprattutto dalla presenza, nei dintorni di Pazzano, Bivongi e Stilo di ricche mineralizzazioni di limonite, pirite, calcopirite, galena e tanti altri minerali. A fianco delle miniere, l’indispensabile presenza di vasti boschi, utili per ottenere il carbone vegetale e delle acque delle fiumare per ricavare l’energia motrice costituivano il sistema fabbrica e consentivano una attività a ciclo continuo. L’apparato industriale, quello calabrese che fu ritenuto utile e vantaggioso mantenere in vita da tutte le dinastie che si sono alternate alla guida politica del Meridione, tranne che da quella Sabauda, che dopo l’unificazione d’Italia la depotenziò e in breve la dismise. Le evidenze archeologiche industriali emergono da ricerche ultra-trentennali, effettuate sul territorio, che hanno consentito di scoprire che in passato il comprensorio Stilaro-Serre Calabre, recitava un ruolo determinante nell’economia del regno a cui apparteneva, tanto da consentire alla Calabria di essere una tra le regioni, se non la più industrializzata, della penisola italiana, nella quale non vi era disoccupazione, e che attirava maestranze da altre parti d’Italia e dell’Europa. Già la copertina introduce su ciò che verrà messo inevidenza nel corpo del libro.

Essa mostra un paesaggio minerario e siderurgico attivo nel 1600 nei pressi di Pazzano. È una interpretazione artistica di un pittore fiammingo Luca Van Valckenborg che “racconta “con la sua arte e con estremo dettaglio una giornata di lavoro del polo siderurgico-minerario di Pazzano. Ci mostra come avveniva attuata la “trasformazione“ del minerale, la limonite, in ferro attraverso un ciclo, che dalla estrazione dalle miniere e dalla frantumazione giungeva alla ferriera che realizzava il ferro e i manufatti, passando dalla fusione del minerale e alla sua trasformazione in ghisa negli altoforni. Nel testo si individuano i maggiori centri siderurgici della Calabria che furono in passato e in epoche diverse: Bivongi, Cardinale, Guardavalle, Mongiana, Pazzano, Reggio Calabria e Stilo.

 Lo studio ci fa conoscere reperti di archeologia industriale e soprattutto la storia, che essi ci tramandano. Vari sono i di “temi”, contenuti nelle pagine, tutti collegati tra essi da un unico comun denominatore: la storia della siderurgia calabrese nel corso dei secoli. Temi e opifici che tracciano un percorso tematico, una vera e propria “Via del ferro” che si inerpica, partendo dal “Greco Mar”, sino a raggiungere gli altopiani delle Serre Calabre. Il percorso ha inizio dal territorio magno-greco di Kaulonia, per giungere sino alla fine del 1800 agli opifici Borbonici delle Serre. L’economia locale, traeva un notevole beneficio, se si pensa che intorno al polo siderurgico-armiero-minerario di Mongiana, Stilo, Pazzano, negli ultimi secoli della sua attività trovavano lavoro circa 1500, addetti in modo diretto, con un indotto quantificabile ad altri circa 4000. La ricerca si sofferma su aspetti sociali, economici, storici e tecnologici che, hanno caratterizzato questa attività e condizionato in positivo l’intero comprensorio e che hanno trasformato nel corso dei millenni un paesaggio rurale in uno industriale. L’unico paesaggio industriale presente in Calabria che ancora oggi ci ricorda il suo trascorso.Molti i siti archeo-industriali in Calabria che ancora oggi, se pur dimessi, caratterizzano il territorio: le fonderie di Mongiana e Ferdinandea con le numerose ferriere, la fabbrica d’armi di Mongiana, le miniere di Pazzano, la ferriera di Pazzano e Bivongi, ecc. Ma nel testo, si rimarca anche l’incidenza sociale che queste attività hanno avuto e che cosa furono capaci di fornire al resto del meridione. Opere importanti del Regno di Napoli, furono realizzate in Calabria. I tubi dell’acquedotto Carolino, della Regia di Caserta, oltre 40 km, furono realizzati dal Vanvitelli nelle Ferriere della fiumara Assi,  I primi ponti in ferro d’Italia furono realizzati a Mongiana e nelle ferriere di Carlo Filangieri a Cardinale e i binari della prima ferrovia italiana, la Napoli-portici furono realizzati con la ghisa di Mongiana. La ghisa prodotta a Mongiana consentiva le produzioni dell’industria metalmeccanica di Pietrarsa, fornendo un notevole aiuto all’intera industria metalmeccanica del Regno. Dalle pagine, emergono anche nuove risultanze provenienti da archivi, che hanno consentito di avere a disposizione interessanti atti notarili secenteschi e settecenteschi e alcune rare cartografie. Atti che, consentono di riempire alcuni "vuoti" temporali e di avere maggiore chiarezza sulla reale consistenza del polo industriale siderurgico esistente nelle montagne delle Serre Calabre. Patrimonio archeo-industriale che cresce sempre di più a mano a mano che si approfondisce la ricerca negli archivi e nel più grande archivio della storia che è il territorio.  Non solo storia e archeologia industriale, ma anche un excursus sulla evoluzione dei forni fusori, partendo dai primi forni per il ferro primordiali, per giungere ai moderni altoforni, passando da quelli a “suola”, a “camino”, alla “catalana”, allo” stuckoffen” a quello a “manica” al “cannecchio”. In appendice è “presentato” un approfondito studio del villaggio siderurgico settecentesco, di “Chiesa Vecchia”, sito nel “Bosco di Stilo”, sopravvissuto miracolosamente alla dismissione della siderurgia calabrese. Completa il lavoro una breve descrizione del ciclo di produzione del ferro, per far comprendere la complessità e la tecnologia raggiunta nel polo siderurgico operante nelle montagne delle Serre Calabre quando la Calabria era industriale ed economicamente all’avanguardia. Quindi una storia tutta da leggere per conoscere a fondo una Calabria industriale e operosa, diversa da quella di oggi.

 

Pino Campisi

Lo sapevate che la prima industria manufatturiera europea è quella agroalimentare?

Produciamo un fatturato di 532 miliardi di euro, esportiamo un valore di 238,4 miliardi di euro e impostiamo un valore di 188,6 miliardi, con un bilancio positivo di 49,9 miliardi di euro.

Conosciamo i numeri economici delle filiere agroalimentari europee, ma non quelli sulla occupazione, che limitiamo spesso solo all’agricoltura.

Cosa vuol dire questo?

L’occupazione è spesso incalcolabile perché le aziende agroalimentari sono talmente varie e multifunzionali che rientrano ovunque, in maniera sfumata o integrata, in ogni settore.

Possiamo dire che non sia un comparto economico, ma uno stile di vita, un elemento caratterizzante della nostra cultura, quasi come l’architettura per le storiche civiltà.

Siamo passati dal curare l’architettura comune esteriore a quella individuale interiore.

Non lo dico come disvalore, ma come grande capacità di estendere e mutare la ricerca del benessere individuale e, poi, comune.

Siamo passati dalla piramide di Cheope a quella alimentare e, ripeto, non è ironia, anzi una constatazione sulla nostra evoluzione nel gustare la vita in condizione di benessere.

Anche le Grandi civiltà antiche riponevano nell’agroalimentare un valore altissimo, era la principale economia, ma noi ne abbiamo fatto di più: uno stile.

Con questa riflessione vorrei intraprendere un confronto su un tema più volte sollecitato in questi ultimi anni in Acli Terra: la capacità di interpretare il cambiamento climatico come un vento per far gonfiare le vele di una grande riforma del lavoro dell’agroalimentare italiano ed europeo, passando a diventare “Stilisti del gusto e della natura”.

Una metamorfosi culturale alla quale la comunità occidentale è già pronta, come lo era pronta secoli fa quella orientale.

Un cambiamento che ci farà essere meno attaccati sentimentalmente alla durevolezza deI luoghi della vita, ma che ci proporrà slanci di vitalità nell’amare gli strumenti di gestione dei tempi della vita.

Le esperienze e le emozioni oltre il possesso dello spazio.

Oppure il talento e la tecnica professionale oltre le proprie materie, ma al servizio del creato tutto e di tutti.

Concetto già nel bagaglio intellettuale di tanti chef, agronomi o manager che hanno sviluppato un approccio umanistico all’agroalimentare.

Su questo indirizzo sono costruite le strategie e i progetti di Acli Terra e la funzionalità del Caa Acli srl.

“Abbattere e riscostruire”, “Valoriincampo.net”, “ComitatoScientificoNazionale”, “Laguned’italia”, “Colture&Culture” o il “Dossier FamilyFarms” sono le fabbriche intellettuali ed operative di Acli Terra nel far emergere una classe dirigente diffusa che sappia interpretare la nuova era che lega il cibo alle comunità e viceversa.

“La persona con la sua dignità nella comunità che opera nella natura per il benessere”: in Acli Terra ragioniamo su questo concetto, per essere chiari.

 

                                                                                                                                                                                                                  Nicola Tavoletta

Ci sono saperi che non si imparano sui libri. Passano di mano in mano, attraversano le generazioni e sopravvivono nel gesto paziente di chi sceglie di custodirli.

In Sardegna, terra in cui mare, vento e pietra raccontano una storia millenaria, il presidente nazionale di Acli Terra, Nicola Tavoletta, ha incontrato Assuntina e Giuseppina Pes, maestre di tessitura e custodi di una tradizione tanto affascinante quanto fragile: l’antica lavorazione del bisso marino.

Un incontro che diventa racconto di identità, memoria e trasmissione del sapere.

Le sorelle Pes hanno appreso quest’arte dalla maestra Efisia Murroni, a sua volta allieva di Italo Diana, figura fondamentale nella riscoperta e nella trasmissione in Sardegna della lavorazione del bisso. Una catena di conoscenze affidata non alle pagine, ma alle mani: maestro dopo maestro, generazione dopo generazione. Sul telaio, la precisione del gesto incontra la delicatezza della fibra marina. Il filo diventa trama e la trama diventa racconto di un’isola e del suo rapporto indissolubile con il Mediterraneo. Il bisso marino è legato alla Pinna nobilis, il grande mollusco bivalve simbolo dei fondali mediterranei. Una specie oggi particolarmente fragile e protetta, la cui storia richiama inevitabilmente anche la necessità di tutelare il mare e la sua biodiversità.

È proprio qui che un sapere antico assume un significato profondamente contemporaneo. Custodire una tradizione non significa soltanto preservare una tecnica: significa comprendere l'ambiente dal quale quella tradizione è nata, rispettarne gli equilibri e riconoscere che cultura e natura appartengono alla stessa storia. Nelle mani di Assuntina e Giuseppina Pes ogni filo diventa così una traccia di memoria e ogni intreccio un ponte tra ciò che siamo stati e ciò che vogliamo consegnare alle generazioni future.

«Le antiche arti e i mestieri rappresentano un patrimonio culturale che non possiamo permetterci di disperdere – sottolinea il presidente nazionale di Acli Terra, Nicola Tavoletta –. Raccontano il rapporto delle comunità con la terra e con il mare, custodiscono identità e conoscenze e possono ancora parlare alle nuove generazioni. Difenderli significa difendere la biodiversità culturale dei nostri territori insieme a quella naturale».

L’incontro con le sorelle Pes racconta così una Sardegna nella quale la tradizione non è nostalgia, ma materia viva. Una memoria capace di rinnovarsi attraverso chi continua a custodirla, raccontarla e tramandarla.

Perché esistono fili che non servono soltanto a tessere.

Servono a tenere unite le generazioni.

 

Mena Rota
Ufficio Stampa Acli Terra

Il recente rinvenimento di Xylella fastidiosa subsp. pauca nel territorio di Taurianova, in provincia di Reggio Calabria, rappresenta un fatto che non può lasciare indifferente il mondo agricolo regionale. La documentazione ufficiale trasmessa agli enti e alle organizzazioni interessate riguarda infatti l'individuazione del focolaio e l'istituzione della relativa area delimitata.

Di fronte a una notizia di questa portata è però fondamentale mantenere un approccio rigoroso, evitando allarmismi e distinguendo con chiarezza i diversi ruoli. La gestione fitosanitaria e le relative misure competono alle autorità preposte. Alla ricerca, ai tecnici e all'intera filiera agricola spetta invece un altro compito fondamentale: comprendere, studiare e produrre nuova conoscenza.

Ed è proprio da qui che dovrebbe partire una riflessione sul futuro dell'olivicoltura calabrese.

Una biodiversità ancora da conoscere

La Calabria custodisce un patrimonio olivicolo straordinariamente diversificato. Accanto alla Carolea convivono cultivar come Ottobratica, Sinopolese, Grossa di Gerace, Tondina, Dolce di Rossano, Roggianella, Pennulara e numerose altre varietà e accessioni locali, alcune strettamente legate a territori molto circoscritti.

Oggi emerge una domanda importante: quanto conosciamo realmente la risposta delle cultivar calabresi a Xylella fastidiosa?

Le esperienze maturate nei territori già interessati dal batterio hanno dimostrato che cultivar differenti possono manifestare comportamenti differenti. Gli studi condotti in Puglia sul ceppo ST53 hanno evidenziato, ad esempio, una maggiore tolleranza del Leccino rispetto a cultivar fortemente suscettibili quali Cellina di Nardò e Ogliarola Salentina; risultati interessanti sono stati osservati anche per FS-17, nota come Favolosa.

Queste conoscenze, tuttavia, non possono essere automaticamente trasferite al patrimonio varietale calabrese.

Per molte cultivar autoctone regionali non disponiamo ancora di un quadro sperimentale sufficientemente ampio per attribuire con certezza condizioni di suscettibilità, tolleranza o resistenza. L'assenza di informazioni non significa né resistenza né suscettibilità: rappresenta una domanda scientifica ancora aperta.

Non servono quindi conclusioni affrettate, ma ricerca.

Il germoplasma come risorsa per il futuro

La Calabria dispone da questo punto di vista di una risorsa di enorme valore: la collezione di germoplasma olivicolo del CREA presente nelle sedi di Mirto Crosia e Rende e inserita nella rete internazionale del Consiglio Oleicolo Internazionale.

Una collezione di germoplasma non è semplicemente un archivio della biodiversità del passato. È una riserva biologica di caratteri genetici e fisiologici potenzialmente utili all'agricoltura del futuro.

Studiare sistematicamente Carolea, Ottobratica, Sinopolese, Grossa di Gerace, Tondina, Dolce di Rossano, Roggianella, Pennulara e le numerose accessioni minori potrebbe consentire di individuare caratteristiche oggi poco conosciute e costruire una base scientifica utile alle decisioni future.

Questo non significa sostenere che nel germoplasma calabrese esistano necessariamente cultivar resistenti a Xylella. Sarebbe prematuro. Significa riconoscere che non possiamo sapere quali risposte custodisca la nostra biodiversità finché non iniziamo a cercarle sistematicamente.

Conservare una cultivar significa preservarne il patrimonio genetico; caratterizzarla significa trasformare quel patrimonio in conoscenza.

L'agricoltura è cambiata

Il rinvenimento di Xylella fastidiosa subsp. pauca in Calabria deve però portarci anche a una riflessione più ampia.

Questa notizia deve scuotere tutti gli addetti ai lavori. Non per generare paura, ma per prendere definitivamente coscienza di una realtà: l'agricoltura è cambiata.

Sono cambiati il clima, gli agroecosistemi, la circolazione delle merci e del materiale vegetale e la velocità con cui nuove problematiche possono manifestarsi. Allo stesso tempo sono profondamente cambiati gli strumenti che abbiamo a disposizione.

Gli approcci agronomici classici conservano un patrimonio di conoscenze ed esperienza irrinunciabile, ma da soli non possono più rappresentare la risposta a tutte le sfide che abbiamo davanti. Monitoraggio territoriale, diagnostica precoce, sensoristica, sistemi informativi geografici, telerilevamento, droni, analisi multispettrale e modelli previsionali consentono oggi di osservare i sistemi agricoli con una capacità impensabile fino a pochi anni fa.

La vera innovazione non consiste però semplicemente nell'utilizzare una nuova tecnologia. Significa cambiare il modo in cui osserviamo l'agroecosistema, passando progressivamente da un'agricoltura prevalentemente reattiva a un'agricoltura sempre più preventiva e predittiva.

Rigenerare il suolo può generare anche valore

Questo cambiamento deve riguardare anche il modo in cui consideriamo il suolo.

L'oliveto non è soltanto una superficie sulla quale produrre olive, ma un agroecosistema nel quale suolo, pianta, microrganismi, acqua e biodiversità interagiscono continuamente. Da qui nasce l'interesse crescente verso l'agricoltura rigenerativa e il carbon farming.

Inerbimento e cover crop, riduzione delle lavorazioni, restituzione e valorizzazione dei residui di potatura, incremento della sostanza organica, razionalizzazione della fertilizzazione e gestione attenta del suolo possono contribuire, quando correttamente applicati e verificati, all'aumento del carbonio organico, alla riduzione delle emissioni e al miglioramento della funzionalità del terreno.

La direzione europea è ormai chiaramente tracciata. Il nuovo quadro europeo per la certificazione degli assorbimenti di carbonio e del carbon farming riconosce pratiche quali cover crop, lavorazioni conservative, agroforestazione e migliore efficienza della fertilizzazione. Il principio è particolarmente interessante per il mondo agricolo: i risultati ambientali certificati possono diventare anche una forma di integrazione del reddito dell'agricoltore.

Per l'olivicoltura, e in particolare per quella calabrese caratterizzata da vaste superfici di colture arboree permanenti, si apre quindi una prospettiva che merita attenzione: associare alla produzione di olive e olio anche la valorizzazione dei servizi ecosistemici generati da una gestione più sostenibile del suolo.

Esperienze come quella di Radica – The Root of Change, evoluzione di Alberami, mostrano già un possibile modello: accompagnare le aziende mediterranee verso pratiche rigenerative, misurare attraverso sistemi MRV – Monitoring, Reporting and Verification – i risultati ottenuti e trasformare, quando ne ricorrono le condizioni, il carbonio sequestrato e le riduzioni delle emissioni in asset ambientali verificabili.

Non significa che ogni oliveto possa automaticamente produrre crediti di carbonio né che questi rappresentino una nuova forma di contributo garantito. Il principio è diverso e forse ancora più interessante: premiare economicamente un risultato ambientale realmente prodotto, misurato e verificato.

In questa prospettiva il carbon farming non dovrebbe essere considerato esclusivamente come un mercato del carbonio, ma come uno strumento capace di accompagnare la transizione verso un'agricoltura rigenerativa: migliorare la fertilità e la struttura del suolo, incrementarne la capacità di trattenere acqua, favorire la biodiversità e aumentare la resilienza dell'oliveto, generando contemporaneamente una possibile fonte integrativa di reddito.

Conoscere oggi per decidere domani

È proprio questo il cambiamento culturale di cui abbiamo bisogno.

La risposta alle nuove sfide dell'agricoltura non può essere ricercata in un singolo prodotto, in una tecnologia o in una pratica isolata. Occorre ragionare in termini di sistema: biodiversità genetica, salute del suolo, innovazione tecnologica, monitoraggio, agricoltura rigenerativa e sostenibilità economica dell'impresa devono procedere nella stessa direzione.

La Calabria possiede biodiversità, competenze e un patrimonio olivicolo straordinario. Conservarlo significa custodire secoli di storia agricola; studiarlo, monitorarlo e gestirlo attraverso nuovi modelli significa invece prepararlo alle sfide del futuro.

Il recente rinvenimento di Xylella fastidiosa non dovrebbe quindi generare soltanto preoccupazione. Dovrebbe produrre consapevolezza, curiosità scientifica, innovazione e capacità di programmazione.

Conservare l'esperienza del passato rimane indispensabile, ma dobbiamo integrarla con gli strumenti del presente e avere il coraggio di investire nella conoscenza di ciò che ancora non sappiamo.

Perché andare al passo con i tempi potrebbe non essere più sufficiente. In agricoltura, sempre più spesso, i tempi bisogna provare a precederli.

Thomas Vatrano

 

Il 1 settembre è sempre stato un giorno simbolicamente importante nelle nostre estati, che non finiscono in questa data, negli ultimi anni più che mai, ma che riveste un riferimento per appuntamenti importanti.

Scrivo una breve nota in questo giorno per ricordare i 186 bambini uccisi nella Scuola n 1 di Beslan nel 2004 e tutti gli adulti innocenti, civili e militari, vittime di quella brutale strage.

Perché vi chiedete ricordi proprio quella storia, nonostante la violenza inumana abbia colpito tantissime volte i minori prima e dopo quel 1 settembre 2004.

Quella drammatica storia mi colpì tantissimo e, in particolare, sollecitò la mia sensibilità di fronte al vigliacco gesto dei terroristi ceceni di mettere in moto un’azione di occupazione militare, senza onore, proprio in una scuola.

La scuola, un luogo “laicamente sacro” per l’umanità.

Oggi iniziano a lavorare tante e tanti insegnati, il personale non docente, e tra qualche settimana gli alunni e gli studenti.

Un sistema sociale e culturale che ha bisogno di essere protetto, tutelato e valorizzato, anche, o forse soprattutto, come investimento per il domani.

A Beslan si fermò la civiltà.

In onore delle vittime e delle loro famiglie amiamo e investiamo nella scuola come impegno civile per un riscatto dell’umanità.

 

        Nicola Tavoletta

Alla presentazione del libro “La primavera in Calabria – Una passione per la propria terra che va oltre l’impegno politico” ( Rubbettino Editore - 2025 ) di Vitaliano Papillo, stimato operoso presidente del GAL ( Gruppi di Azione Locale ) Terre Vibonesi, tra i più dinamici e innovatori, mi ha attirato il titolo denso di significato verso questa terra che molti collocano, da sempre, ai margini e la prefazione di Romeo Salvatore Bufalo, già docente di Estetica all’Università della Calabria, originario di Dinami (VV), che porta come titolo “ La rinascita del sud comincia dalla bellezza”. E poi, anche il luogo di presentazione, la nuova libreria Ubik di Lamezia Terme, crocevia di incontri culturali di un certo livello. Come dire è stata una serata straordinariamente ricca di nutriti elementi che hanno dato al volume di Vitaliano Papillo una accoglienza del tutto meritata. Il libro di Papillo nasce da una narrativa propositiva e strettamente legata alla storia di un territorio vissuto e sostenuto con azioni propulsive mai praticate prima. Sono diversi i punti trattati che ci impegnano a dire che lo svolgimento del ruolo politico-istituzionale può, ancora oggi, tracciare una direzione importante, di utilità sociale e civile. D’altra parte Salvatore Bufalo nella …prefazione riconosce che “Vitaliano Papillo fa parte di quella ( purtroppo esigua ) schiera di giovani politici e amministratori meridionali la cui efficace ed innovativa azione pubblica, svolta in diversi ambiti, costituisce, per molti cittadini ormai rassegnati al peggio, più di un motivo di speranza”. E ancora : << Questa realtà autoevidente che sta alla base del nuovo modo di fare politica è la bellezza incomparabile del territorio in cui viviamo, che, qualora non venga intesa come pura contemplazione o come semplice attività ricreativa e, fondamentalmente inutile, , come avrebbe detto il compianto Nuccio Ordine,…può diventare un formidabile elemento propulsivo di una interessante progettualità politica che produce benefici materiali, oltre che spirituali>>.

E poi puntare sulla bellezza significa, per esempio, sviluppare la memoria storica collettiva dei cittadini depositata in alcuni luoghi cruciali del territorio>>. Ora, tentiamo di entrare nella narrazione politica, come dire, su cosa si costruisce, secondo Papillo, lo sviluppo del territorio e soprattutto mettere in luce le <<cose fatte>> e l’impatto che ne deriva e che sia misurabile. In buona sostanza andare a verificare la <<causazione>> come dicono gli esperti di valutazione delle politiche pubbliche a verificarne i processi e gli effetti su un determinato territorio e le popolazioni che lo abitano e lo vivono. Certo, vi sono altre variabili che incidono ma alla base del ragionamento dell’autore è che sia possibile impiantare una forma di sviluppo autopropulsivo delle risorse territoriali identitari. Che a ben leggere, approfondire e comparare, possiamo dire, che dai vari progetti finanziati dal dinamico Gal delle Terre vibonesi, questo micro-sviluppo diventa generativo e moltiplicatore di un territorio che, purtroppo, ha annoverato comuni poveri e marginali, causa la denatalità, l’emigrazione e la mancanza di servizi adeguati per poter <<restare>>. Intanto, da volume viene in emersione un elenco di <<cose fatte>> sia durante il suo mandato di sindaco e come presidente del Gal. Il petrolio bianco di Gerocarne, un impegno costante per assicurare il fabbisogno idrico ai cittadini, un bene primario raggiunto con l’ammodernamento della rete idrica.

Il turismo senza mare e il borgo dei vasai due paradigmi che danno l’idea che si può fare anche <<altro>> di pari importanza. Papillo ci dimostra, sempre attraverso una forma di economia da costruire dal basso, che esistono storie e risorse che hanno fatto la Calabria antica e moderna, che mancano altrove e pertanto spendibili solo su questi territori. Paesaggi unici come tutte le pre-serre e Le Serre, fiumi incontaminati che trasmettono qualcosa ai cercatori di <<senso>>, agli artigiani maestri vasai di Gerocarne che con l’arte dell’argilla producono oggetti, pezzi unici, come avveniva centinaia di anni fa. Pensando pure all’archeologia industriale di Mongiana, oppure al possibile itinerario-attraversamento di territorio, circa sessanta chilometri che iniziano da Soriano fino a Serra San Bruno per raccontare mille anni di storia. Ma anche il contemporaneo che richiama l’antico il << Nostoi Fest>>, i Ritorni. Qui ci sarebbe bisogno di tanti ritorni non solo di chi è partito, ma anche di presenze e ritorni culturali, come si è verificato con gli artisti di strada e altre azioni di visibilità strategica e creativa come l’uscita dell’A2, la Salerno-Reggio Calabria, oggi Autostrada del Mediterraneo, che ha portato milioni di viaggiatori autostradali a conoscere l’esistenza di due borghi storici, quali Soriano e Gerocarne.

Vito Teti nella “Restanza” un volume di enorme successo, sostiene che << Ci vorrebbe una più accorta antropologia dei paesi per creare un progetto capace di oggettivizzare bellezza e valori, di farsi pietra ferma e insieme vento che porta semi in cerca di terra>>. Sicuramente tutto questo è vero, però dobbiamo dirci con massima chiarezza, con realismo, che le nostre aree interne non hanno ancora superato il peso di essere marginali, perché la verità, quella non solo osservata ma vissuta, ci conferma che sono ancora dentro un duro processo di spopolamento, di denatalità, di emigrazione giovanile e di chiusura di attività artigianali e soprattutto mancanza di servizi e scuole che chiudono, strade dissestate che isolano. Detto questo, si condivide che bisogna <<alzare il livello>> con investimenti che tutelino beni immateriali. E anche con investimenti europei FSE+ , GAL e PSR , per creare nuove occasioni di lavoro con progetti mirati, indirizzati alla valorizzazione di produzioni che portano valore economico e identità. Senza nuove occasioni di lavoro, entro i prossimi cinque – dieci anni, si rischia di assistere ad un museo della memoria a cielo aperto. Il <<metodo Papillo>> chiamiamolo così, ha finanziato con il GAL 152 progetti per imprese e cooperative, con la consapevolezza di << puntare a creare connessioni tra agricoltura, turismo e identità locale, facendo leva sulle eccellenze del territorio per uno sviluppo sostenibile e integrato>>. Tutto questo va rafforzato, creare un sistema economico in rete. Senza dimenticare che bisogna costruire un altro pezzo di strada che fa vivere le nuove imprese. Creare strumenti di mobilità culturale e turistica per far venire qui in queste aree e paesi le persone, le famiglie e gli appassionati della natura. Bisogna, in buona sostanza, ripopolare attraverso il turismo naturalistico, religioso e culturale. Ambiti a cui può essere data dare una risposta. Che crediamo avverrà ad ottobre durante la convention del GAL Terre Vibonesi e che si terrà presso la Villa Clopé, radunando amministratori, operatori economici, culturali e politici. Questa sarà l’occasione per un ulteriore salto di qualità che trova nella nascita del Marchio Territoriale di Qualità lo strumento per un nuovo paradigma dello sviluppo.

Pino Campisi
Presidente Acli Terra Provinciali di Catanzaro

Anni ’80, ero tra i banchi alle elementari. Oggi gli anni’ 80 ho scoperto che sono richiamati dalla moda delle teenager. Ho tantissimi ricordi registrati nella mia memoria di quel periodo: sicuramente la spiaggia delle vacanze, ma anche gli odiosi e inutili grembiuli, Michael Platini’ e il Napoli di Maradona, i manifesti dei concerti di Michael Jackson, Giulio Andreotti, il Muro di Berlino oppure la Fiat Tipo. Ricordo molto, tanto di più. Comunque oggi mi è balenato in mente quel giorno in cui la maestra ci raccontò la storia di Papa Leone Magno. Da allora ricordo quel racconto affascinato dalla eroicita’, ma soprattutto dalla personalità di quel Pontefice straordinario. Oggi è proprio San Leone Magno. Non capisco perché non lo celebriamo come eroe nazionale, forse proprio perché facciamo di più, lo onoriamo come Santo.
Dopo di lui solo un altro Papa ha avuto l’appellativo di Magno, cioè Gregorio. Altri due laici ne ebbero l’onore: il macedone Alessandro e il Carlo d’oltralpe. Perché Leone Magno meriterebbe più attenzione nelle nostre scuole e nella nostra cultura? Provo a ricordarlo nella semplicità del mio racconto. Attila, Re degli Unni, il flagello di Dio, dove passava lui non cresceva più l’erba, decise di invadere l’Italia. Tornava da una campagna di saccheggi e devastazione in Gallia. Era il 452 D C, l’anno precedente aveva ucciso il fratello. Attila in Germania è considerato un sovrano dalle grandi capacità amministrative, mentre in Ungheria, lì dove si sentono eredi degli Unni, un vero eroe nazionale. La questione, comunque, era che Attila puntò con i suoi uomini la Penisola Italica per metterla a ferro e fuoco e depredarla.
Papa Leone I decise di andare ad incontrarlo, accompagnato da una delegazione. Lo raggiunse sulle rive del fiume Mincio, tra Mantova e Verona. Aveva ucciso poco prima il fratello Attila, ricordiamocelo. Quell’incontro è straordinariamente raffigurato da Raffaello in un dipinto del 1514 su suggerimento di Papa Giulio II, morì poco prima della realizzazione, perché aveva bisogno di opere simbologiche contro la “invadenza” francese. In questa opera Il Papa incontrò Attila protetto dai Santi Pietro e Paolo. Insomma Papa Leone I arrivò all’accampamento reggendo un Crocifisso e incontrò Attila. Si parlarono riservatamente. Si salutarono, immagino nel silenzio e nella tensione che serpeggiava tra i guerrieri e i delegati, e poi il Papa parti’ con i suoi accompagnatori verso Roma. Attila il giorno dopo raduno’ gli uomini e riprese la strada del nord.
Le interpretazioni sono tante, spiegazioni di vario genere. A me piace ricordare quella di Lucio Dalla. In una intervista ricordò di quanto fosse importante il Crocifisso per i barbari, che non erano cristiani. Infatti vivevano sempre a cavallo e uno dei pochi motivi che li faceva scendere era la preghiera che durante la giornata facevano davanti alla propria spada conficcata nel terreno. Lucio Dalla raccontò questo aneddoto, mettendo in evidenza le radici Cristiane dell’Europa.
Papa Leone Magno potrebbe anche aver convinto con sistemi meno spirituali il terribile unno, ma anche se fosse così, allora l’appellativo di Magno è ancora politicamente maggiormente avvalorato. Dopo due anni un altro Barbaro, Genserico, arrivò a Roma per conquistarla. Gli andò incontro e lo convinse a saccheggiare, ma a non uccidere. Così avvenne, anzi, su sua richiesta, non furono violate le tre principali Basiliche: San Pietro, San Paolo e San Giovanni in Laterano. Il Curriculum di Leone Magno è straordinario, prima di diventare Papa medio’ in Gallia un conflitto tra plenipotenziari dell’impero, evitando un’altra guerra. Fu inviato in Gallia dall’imperatore Valentiniano III per ricomporre una disputa e far riconciliare Flavio Ezio, il comandante militare della provincia, e il prefetto del pretorio, Cecina Decio Aginazio Albino. Missione compiuta. È il Papa che in un contesto di divisioni politiche, militari e religiose riuscì a dare, senza una guerra, il Primato della Sede di Roma sul Mondo. Oggi lo si celebra come Santo, ma ricordiamocelo anche come eroe nazionale. La mia Maestra lo fece e la ringrazio.

Nicola Tavoletta

Il prossimo 25 agosto alle ore 14,30 , durante la tavola rotonda di Acli Terra alla 47°edizione del Meeting per l'amicizia fra i popoli Pippo Russo presenterà per la prima volta al pubblico il suo nuovo libro.
Il testo scritto a quattro mani con il ricercatore sociale Marcello Cabria ha un titolo che pone questioni di grande attualità: "Rigenerare la Terra - la sfida del ricambio generazionale in agricoltura".
I contenuti del libro saranno oggetto del confronto di quella giornata che vedrà ospiti di caratura internazionale: dell'economista Attilio Celant al dirigente del Crea Paolo Gramiccia o per citarne solo alcuni il docente universitario Ettore Varricchio, l'amministratore del Car Massimo De Simoni e l'urbanista ed ex parlamentare Francesco Prina.
Russo, siciliano di nascita, ma fiorentino dai tempi universitari, oggi è giornalista e sociologo , ricercatore presso l'università di Firenze.
Ha così motivato la scelta di scrivere tale testo:
“Quello del ricambio generazionale è un tema cruciale per la tenuta dei sistemi agrari, con tutto ciò che vi è collegato: sicurezza alimentare, biodiversità, tutela dal dissesto idrogeologico, salvaguardia del paesaggio, contrasto allo spopolamento delle aree interne, mantenimento dei legami di comunità. La grande prevalenza del modello di azienda individuale-familiare, che sopravvive all’industrializzazione dell’agricoltura, è stata per lungo tempo un punto di forza. Ma adesso diventa elemento di fragilità, in un passaggio che segna indici demografici negativi e un’ininterrotta migrazione verso le città. Ciò richiede politiche attive per favorire sia la permanenza dei giovani di famiglie agricole che l’accesso di giovani provenienti dall’esterno dei sistemi agrari”.

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