

Il recente attacco informatico che ha colpito il sistema della distribuzione agroalimentare francese, causando gravi ripercussioni sulla filiera e sui consumatori, rappresenta un campanello d'allarme che non può essere ignorato anche in Italia.
L'episodio evidenzia la vulnerabilità di un settore strategico come quello agroalimentare, sempre più dipendente dai sistemi digitali per la gestione della logistica, della distribuzione e della conservazione dei prodotti.
Per ACLI Terra è necessario affiancare alle misure di sicurezza informatica un piano di emergenza operativo, capace di garantire la continuità della filiera e salvaguardare le merci deperibili anche in caso di blocco dei sistemi digitali.
«Non possiamo limitarci a rafforzare le difese informatiche, ma dobbiamo essere pronti a gestire le conseguenze di eventuali attacchi, evitando che a pagarne il prezzo siano produttori, lavoratori e consumatori», dichiara Nicola Tavoletta, presidente nazionale di ACLI Terra.
«Per questo proponiamo di avviare, in collaborazione con l'Ordine Nazionale dei Biologi, un percorso finalizzato alla definizione di protocolli di emergenza per la conservazione delle merci deperibili, prevedendo procedure alternative e una formazione specifica del personale coinvolto nella filiera».
ACLI Terra rivolge quindi un appello al Ministero della Salute e al Ministero delle Imprese e del Made in Italy affinché venga convocato con urgenza un tavolo di confronto con le associazioni di categoria e i rappresentanti dell'Ordine dei Biologi, per elaborare un piano nazionale di intervento.
«La sicurezza alimentare passa anche dalla capacità di affrontare situazioni impreviste. Prevenire significa non soltanto proteggere i sistemi informatici, ma anche predisporre soluzioni concrete per garantire la tutela dei prodotti, delle imprese e dei cittadini», conclude Tavoletta.
Un viaggio dietro le quinte delle indagini del Comando Tutela Patrimonio Culturale per restituire al Paese la propria memoria storica e artistica. Appuntamento a Roma, giovedì 15 ottobre 2026.
Giovedì 15 ottobre 2026, alle ore 17:30, la prestigiosa cornice del Museo Storico dell’Arma dei Carabinieri (Piazza del Risorgimento, 46 - Roma) ospiterà la presentazione ufficiale del volume “Cronache dell’arte rapita”, scritto da Paola Puglisi ed edito da Castelvecchi.
Il libro offre una testimonianza avvincente e documentata sulle attività d’indagine volte a contrastare il traffico illecito di beni culturali. Attraverso racconti diretti e retroscena investigativi, l'autrice ripercorre le sfide, i complessi recuperi e l'impegno quotidiano dei Carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale (TPC), eccellenza italiana riconosciuta a livello internazionale. Più che un semplice resoconto di opere d'arte ritrovate, l'opera svela le storie umane, la dedizione e la determinazione necessarie per salvaguardare la memoria collettiva e il patrimonio artistico della Nazione.
All'incontro, insieme all'autrice Paola Puglisi, prenderanno parte autorevoli relatori ed esperti del settore:
Gen. D. Pasquale Muggeo
Prof. Pietro Petraroia
L'evento rappresenta un'occasione unica di approfondimento e confronto per studiosi, appassionati d'arte e cittadini desiderosi di conoscere da vicino le dinamiche e i protagonisti della protezione dei beni culturali italiani.
INFORMAZIONI E ACCREDITI
Data e ora: Giovedì 15 ottobre 2026, ore 17:30
Luogo: Museo Storico dell’Arma dei Carabinieri – Piazza del Risorgimento, 46 – Roma
Modalità di ingresso: Ingresso gratuito fino a esaurimento posti.
Accrediti e prenotazioni: È raccomandato confermare la propria presenza inviando un'e-mail all'indirizzo Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..
Una lettera scritta a mano, centinaia di olivi ultracentenari e una donna straordinaria. Tra le colline di Cirò, una storia di amore, responsabilità e resilienza che dovrebbe far riflettere un'intera generazione.
Ci sono incontri che lasciano un segno profondo. Incontri che non si esauriscono in una stretta di mano, in una conversazione o in una semplice consulenza professionale, ma che riescono a toccare corde dell'animo che credevamo appartenessero soltanto ai ricordi più intimi.
Questa storia comincia con una lettera.
Non una telefonata, non un messaggio WhatsApp e nemmeno una richiesta attraverso i social. Una lettera vera, scritta a penna, come si faceva un tempo. Un gesto di straordinaria delicatezza, quasi rivoluzionario in un'epoca nella quale tutto sembra consumarsi nella velocità di uno schermo.
A scrivermi era una donna che ha attraversato otto decenni di vita, portando con sé quel patrimonio di sensibilità, educazione e valori che oggi rischiamo troppo spesso di dimenticare.
Tra le righe, una richiesta di consulenza agronomica: i suoi olivi, ormai da diversi anni, non riuscivano più a garantire un raccolto soddisfacente.
Eppure, ciò che mi colpì immediatamente non fu il problema tecnico, ma il modo in cui quella richiesta mi era stata rivolta. Qualcuno aveva trovato il tempo di prendere carta e penna, scegliere le parole e affidare a una lettera la propria preoccupazione.
Sentii immediatamente il desiderio di conoscere quella persona.
La destinazione era una collina calabrese sospesa tra Cirò Marina e Cirò Superiore, affacciata sul mare Ionio. Uno di quei luoghi nei quali la natura sembra conservare una dimensione quasi mistica, dove la luce del Mediterraneo incontra la terra e il paesaggio racconta una storia millenaria.
Sassi, ciottoli e sabbia caratterizzano un terreno dalla forte identità, espressione di un territorio storicamente vocato alla coltivazione dell'olivo e della vite. È qui che sorgono diverse centinaia di piante ultracentenarie di Dolce di Rossano, una cultivar che rappresenta una delle tante espressioni della straordinaria biodiversità olivicola calabrese.
Alberi maestosi, con tronchi segnati dal tempo, testimoni silenziosi di generazioni e di stagioni trascorse.
Ma la vera protagonista di questa storia non è soltanto la bellezza di quel paesaggio.
È Paola Lattari.
Quando sono arrivato presso la sua abitazione, ho conosciuto una donna di una semplicità disarmante. Una professoressa oggi in pensione, che con estrema umiltà ha voluto subito mettere da parte ogni formalità.
«Chiamami Paola».
Una richiesta semplice, che raccontava già molto della persona che avevo davanti.
Nessuna ostentazione, nessuna distanza. Soltanto il desiderio autentico di condividere una preoccupazione che, per lei, rappresenta qualcosa di profondamente importante.
Parlando dei suoi olivi, ho compreso immediatamente che non mi trovavo davanti a una proprietaria terriera interessata esclusivamente alla produzione agricola.
Per Paola quelle piante sono molto di più.
Sono i suoi figli.
E quando, durante la nostra conversazione, mi ha detto che si sente responsabile di quegli alberi e che ha il dovere di tutelarli, confesso di aver fatto fatica a trattenere le lacrime.
Quelle parole mi sono entrate dritte al cuore.
Non erano espressioni di circostanza. Erano parole pronunciate con la consapevolezza di chi sente di avere ricevuto qualcosa di prezioso e considera un dovere morale custodirlo, proteggerlo e consegnarlo alle generazioni future.
In quel momento ho capito che la richiesta di Paola non riguardava semplicemente il desiderio di ottenere qualche quintale di olive in più.
Era una richiesta di aiuto per continuare a proteggere una parte della propria vita.
Da agronomo, sono abituato ad affrontare i problemi degli oliveti attraverso la fisiologia vegetale, la conoscenza del suolo, le analisi nutrizionali e lo studio dei fattori ambientali che influenzano la produttività. È il metodo scientifico che guida il mio lavoro e al quale non potrei mai rinunciare.
Ma esistono momenti nei quali la tecnica, pur indispensabile, sembra diventare soltanto uno degli strumenti attraverso cui possiamo prenderci cura di qualcosa di immensamente più grande.
Perché un olivo secolare non è soltanto una pianta.
È memoria, identità, paesaggio, biodiversità. È il risultato di un rapporto millenario tra l'uomo e la natura, un'eredità vivente che nessuna logica esclusivamente produttiva dovrebbe permettersi di ignorare.
E Paola questo lo sa, forse meglio di tanti di noi.
Lei, che per una vita ha insegnato, oggi continua a farlo.
Non più tra i banchi di scuola, ma tra i suoi olivi.
Continua a insegnare alla Calabria, ai giovani, agli agricoltori e a tutti coloro che hanno smarrito il senso profondo del rapporto con la terra.
Lo fa senza cattedra, senza libri e senza bisogno di grandi discorsi. Lo fa attraverso i gesti quotidiani, la determinazione e la responsabilità con cui continua a prendersi cura di diverse centinaia di alberi che erano già lì molto prima della sua nascita e che, mi auguro, continueranno a vivere per molte generazioni ancora.
Paola non custodisce semplicemente un oliveto. Custodisce un'eredità collettiva.
Ed è proprio questo che dovrebbe farci riflettere.
Viviamo in un periodo estremamente complesso per l'olivicoltura, soprattutto per quella tradizionale, collinare e storica. I costi aumentano, le difficoltà produttive si moltiplicano, il cambiamento climatico mette a dura prova gli agroecosistemi e troppo spesso gli oliveti secolari vengono considerati soltanto attraverso il parametro della convenienza economica.
Eppure, una donna di ottant'anni, con la sua tenacia e il suo straordinario senso di responsabilità, ci ricorda che esiste un valore che non può essere espresso in euro per ettaro o in chilogrammi di olive prodotte.
È il valore del rispetto.
Il rispetto per la terra, per chi ci ha preceduto e per ciò che abbiamo il dovere di lasciare a chi verrà dopo di noi.
L'olivo, pianta sacra nella civiltà greca, simbolo di pace, saggezza e continuità della vita, merita ben altra considerazione. Non possiamo celebrare la sua bellezza nei convegni, raccontarne la storia nei libri e poi dimenticarci degli alberi che ancora oggi custodiscono concretamente quel patrimonio.
Serve maggiore attenzione verso l'olivicoltura storica. Servono ricerca, competenza, investimenti, strumenti innovativi e soprattutto una visione capace di riconoscere agli oliveti monumentali e tradizionali il valore ambientale, culturale e sociale che realmente possiedono.
Ma serve anche qualcosa che nessuna tecnologia potrà mai sostituire: la passione di persone come Paola.
Mi auguro profondamente che la sua storia possa diventare uno stimolo per l'intero comparto agricolo calabrese.
Che la sua tenacia, la sua resilienza e la sua capacità di non arrendersi possano ricordare a tutti noi che, anche davanti alle difficoltà, occorre continuare a lottare, rimboccarsi le maniche e credere nel valore di ciò che facciamo.
Perché se una donna che ha dedicato una vita all'insegnamento continua, con questa determinazione, a battersi per la salute e il futuro dei propri olivi, allora anche noi abbiamo il dovere di fare la nostra parte.
Non so ancora quali saranno i risultati del percorso agronomico che intraprenderemo. La natura non concede scorciatoie e il recupero della capacità produttiva di piante così antiche richiede conoscenza, pazienza e rispetto dei loro equilibri fisiologici.
Ma una cosa la so con certezza.
Quel giorno ero arrivato tra le colline di Cirò per offrire una consulenza agronomica.
Sono tornato a casa con una lezione di vita.
Una lezione ricevuta da una professoressa che non ha mai smesso di insegnare.
E forse, cara Paola, non immagini nemmeno quanto siano preziose le parole che mi hai rivolto.
Perché mentre io cercherò, con tutte le mie competenze, di aiutarti a restituire vigore e produttività ai tuoi amati olivi, tu mi hai già ricordato qualcosa che nessuna università potrà mai insegnare fino in fondo.
Che il nostro compito non è soltanto coltivare la terra.
È imparare a sentirci responsabili di ciò che ci è stato affidato.
Grazie, Paola.
Per quella lettera scritta a mano. Per la tua umiltà. Per l'amore che dimostri ai tuoi alberi.
E soprattutto perché, in un tempo in cui si parla tanto di sostenibilità, tu hai scelto semplicemente di praticarla, ogni giorno, con le tue mani e con il tuo cuore.
Dottore Agronomo Thomas Vatrano, PhD
Il direttivo dell’associazione agricola lancia un appello per il rilancio del prodotto enologico, da conoscere e consumare consapevolmente, senza demonizzarlo La vendemmia è ormai arrivata al termine e, come accade ogni anno, questa è l’occasione per le ACLI Terra di Chieti, di elaborare qualche riflessione, al di là delle tante previsioni e dei tanti allarmi che hanno accompagnato il lavoro agricolo nei mesi precedenti: il direttivo provinciale dell’associazione professionale agricola delle ACLI, guidato dal presidente Nicola D’Auria, si è riunito per fare un bilancio della situazione nel territorio. «Quest’anno - spiega D’Auria - abbiamo parlato molto di vendemmia anticipata, delle temperature torride, degli effetti del cambiamento climatico e della necessità, per il futuro, di spostare i vigneti verso quote più alte: temi certamente importanti, sui quali il mondo agricolo e vitivinicolo dovrà confrontarsi seriamente. Ma oggi, a vendemmia conclusa, possiamo dire una cosa: ancora una volta la nostra terra ci ha sorpreso. Le uve raccolte hanno dato origine a vini dalle caratteristiche eccellenti, capaci di confermare, ancora una volta, la qualità della nostra viticoltura. La quantità, invece, è diminuita. E forse, se vogliamo essere sinceri, non è necessariamente un male. Per anni abbiamo parlato di produzioni eccessive, di eccedenze, di cantine con importanti quantità di vino invenduto. E allora viene quasi da pensare che, dall'alto, qualcuno abbia fatto ciò che noi uomini spesso facciamo fatica a fare: trovare un equilibrio. E noi, come sempre, non possiamo che ringraziare il buon Dio. Ma se la vendemmia si è conclusa, il problema vero del vino rimane ancora tutto davanti a noi: il vino non può diventare un prodotto elitario, riservato a pochi. Il nostro vino deve tornare a essere un prodotto della quotidianità, della famiglia, della nostra cultura e della nostra tavola. Un prodotto che possa essere acquistato senza costi eccessivi, senza ricarichi commerciali sproporzionati che finiscono per allontanare il consumatore. Dobbiamo soprattutto tornare a educare al consumo consapevole. Le nuove generazioni devono conoscere il vino, la sua storia, il lavoro che c'è dietro una bottiglia, il valore della terra e dell'agricoltura. Ma devono imparare anche che il vino si beve con equilibrio, senza eccessi e con responsabilità e forse dovremmo anche ridimensionare certe esagerazioni che hanno accompagnato il mondo delle degustazioni professionali. Occorre ricordare che alla fine, dopo tante schede, tanti descrittori, tanti giudizi tecnici e tante parole, c'è una valutazione che rimane più vera di tutte: mi piace o non mi piace. Perché il vino, prima ancora di essere analisi, tecnica e degustazione, è emozione, convivialità, cultura e piacere. Negli ultimi tre o quattro anni, inoltre, abbiamo assistito a una vera e propria demonizzazione del vino. Alcune posizioni del mondo medico e della comunicazione hanno finito per rappresentarlo quasi esclusivamente come un problema, dimenticando che esiste una differenza sostanziale tra abuso e consumo responsabile. Mentre si puntava il dito contro il vino, probabilmente non ci si è accorti abbastanza di ciò che stava accadendo altrove: la crescita del consumo di altre bevande e prodotti con gradazioni alcoliche anche significativamente superiori. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: il vino sta attraversando una delle crisi più difficili degli ultimi anni. Eppure, parliamo di un prodotto che nasce dalla terra, dal lavoro degli agricoltori, dalla competenza dei nostri viticoltori, dalla storia delle nostre comunità. Un prodotto che in Abruzzo, e in particolare nella nostra provincia, rappresenta una parte profonda della nostra identità. Per questo credo sia arrivato il momento di cambiare nuovamente prospettiva: non dobbiamo invitare a bere di più, dobbiamo invece piuttosto invitare a conoscere meglio e a consumare consapevolmente. Dobbiamo difendere il vino dalla banalizzazione, ma anche dalla sua trasformazione in un prodotto per pochi. Dobbiamo riportarlo sulle nostre tavole, nelle nostre famiglie, nelle occasioni di convivialità, nei nostri ristoranti e nelle nostre cantine. E dobbiamo soprattutto farlo conoscere alle nuove generazioni, raccontando loro che dietro un bicchiere di vino c'è una storia fatta di terra, sacrifici, cultura e tradizione. Il vino non è soltanto una bevanda. È parte della storia dei nostri territori e se vogliamo che continui a rappresentarne il futuro, dobbiamo tornare semplicemente ad apprezzarlo per quello che è: un magnifico prodotto della nostra terra, da consumare con misura, consapevolezza e piacere».
Venerdì a Palazzo Chigi la riunione del Comitato interministeriale ha approvato le misure per le politiche in favore della popolazione anziana (Cipa) che ha approvato il primo Piano nazionale per la cura della fragilità e della non autosufficienza nella popolazione anziana. Si punta a rafforzare l’assistenza a domicilio, semplificare l’accesso ai servizi e potenziare il personale sociosanitario, con l’obiettivo di mettere al centro la persona anziana e il suo diritto a ricevere cure e assistenza adeguate. Le risorse finanziarie destinate al Piano per il triennio 2025-2027 ammontano a oltre 1,5 miliardi di euro, a valere sul Fondo per la non autosufficienza. Il Piano è uno dei pilastri del "Patto per la Terza Età" approvato dal Governo con la legge delega 33/2023 e ha l’obiettivo di rafforzare il sostegno agli anziani non autosufficienti che hanno compiuto 70 anni e alle loro famiglie.
Per la viceministro Bellucci il Piano costruisce un modello innovativo di assistenza e di erogazione dei servizi socio-sanitari. Un ruolo centrale sarà affidato ai Punti Unici di Accesso (PUA) nelle Case di Comunità, che rappresenteranno il punto di riferimento per i cittadini e le famiglie. L’anziano potrà rivolgersi al PUA, essere sottoposto ad una valutazione multidimensionale da parte di un’équipe specializzata e, se necessario, riceverà un progetto assistenziale individualizzato (PAI). Il PAI assicurerà gli obiettivi assistenziali, gli interventi necessari e le figure professionali idonee a garantire alla persona anziana non autosufficiente un percorso di assistenza integrato, coordinato e continuativo.
Il punto di forza di questo piano non è solo nelle ingenti risorse stanziate e negli indirizzi chiari ed evolutivi per gli Enti locali, ma anche nell’ampia partecipazione promossa per la sua redazione che ha visto il coinvolgimento di sindacati, enti del Terzo Settore, categorie professionali e comunità scientifiche.
il CIPA ha inoltre approvato le Linee guida sul Senior Cohousing e sul Cohousing intergenerazionale, per un abitare condiviso, mirato a contrastare la solitudine, l’isolamento e le fragilità degli anziani.
Il cibo come ascolto, presenza e nutrimento profondo
Il contatto che si pratica con lo shiatsu attraverso opportune pressioni, non è mai una semplice applicazione di tecniche meccaniche. Ogni volta che si appoggiano le mani sul corpo di una persona, si entra in uno spazio di ascolto profondo, silenzioso e rispettoso. Le mani non impongono un cambiamento dall'esterno; al contrario, si mettono in sintonia con i ritmi biologici, con le contrazioni muscolari trattenute, con il flusso energetico e con la risposta del sistema nervoso dell'altro.
Questo costante studio di sensibilità e presenza porta, nel tempo, a riflettere su quanto il medesimo atteggiamento sia determinante quando ci accostiamo al cibo. Nella frenesia della vita contemporanea, l'atto di alimentarsi viene frequentemente declassato ad automatismo o a risposta compensativa di fronte allo stress, all'ansia e all'affaticamento mentale. Ci nutriamo velocemente, spesso completamente disconnessi dalla reale percezione del nostro stato interno. La pratica corporea ci pone invece un quesito radicale e trasformativo: con quale stato d'animo, con quale ascolto e con quale qualità di presenza ci sediamo a tavola?
Per rendere pratico questo legame, desidero condividere un'esperienza vissuta direttamente con una persona che ho seguito tempo fa. Ho accolto nel mio studio un ricevente che lamentava uno stato prolungato di stanchezza cronica, accompagnato da un rapporto fortemente conflittuale con l'alimentazione. Mi raccontava di vivere quasi ogni sera una fame irrefrenabile e compulsiva. Al termine di giornate lavorative concitate, il cibo diventava l'unico anestetico immediato per spegnere l'inquietudine e il sovraccarico emotivo.
Durante il trattamento legato alla digestione e all’assimilazione, che la Medicina Tradizionale Cinese associa all'elemento Terra, la qualità del contatto è stata orientata a produrre una pressione perpendicolare, costante e profonda, capace di offrire sostegno e contenimento al sistema nervoso. Sotto l'azione delle pressioni, il tono muscolare ha iniziato a cedere e il respiro, inizialmente corto e toracico, divenne progressivamente più profondo e addominale.
Il ricevente sciolse una marcata tensione diaframmatica con un sospiro liberatorio e fece una riflessione illuminante:
«Per la prima volta dopo mesi, sento chiaramente la differenza tra il vuoto nello stomaco e la fame vera. Prima cercavo di riempire con il cibo un vuoto che in realtà era solo bisogno di riposo, di silenzio e di contatto con me stesso».
Quella presa di coscienza dimostrò chiaramente come la regolazione somatica agisca direttamente sul comportamento alimentare. Allentando le contrazioni viscerali e ripristinando la consapevolezza interocettiva, lo Shiatsu aveva permesso a quella persona di riconoscere il bisogno fisiologico di nutrimento e la necessità psicologica di compensazione emotiva.
Se osserviamo questo fenomeno sotto una lente neuroscientifica e fisiologica, l'effetto dello Shiatsu sulla capacità di nutrirsi trova spiegazioni estremamente precise e documentate. Il nostro organismo gestisce le funzioni vitali attraverso il Sistema Nervoso Autonomo, diviso nelle sue due branche principali: l'ortosimpatico e il parasimpatico.
Quando viviamo in uno stato di stress cronico, il sistema ortosimpatico prende il sopravvento («attacco o fuga»). Da un punto di vista fisiologico, l'attivazione ortosimpatica inibisce prioritariamente i processi digestivi: vasocostringe i vasi sanguigni viscerali, riduce la produzione di enzimi digestivi e acido cloridrico, blocca la peristalsi intestinale e aumenta la tensione degli sfinteri. Mangiare in questo stato significa introdurre cibo in un apparato digerente impreparato ad accoglierlo, generando gonfiore, malassorbimento e fame ansiosa.
La pressione specifica dello Shiatsu stimola i meccanocettori cutanei e muscolari, attivando una risposta riflessa che modula il tono neurovegetativo: attivando il nervo Vago determinando una risposta parasimpatica, riducendo gli ormoni dello stress, potenziando interocezione e propriocezione, rilassando le fasce muscolari.
Questa lettura scientifica si integra perfettamente con la visione profonda e multidimensionale dello Shiatsu, una disciplina che invita a superare ogni approccio riduzionista all'alimentazione, intesa non più come semplice conteggio calorico o bilancio di macro-nutrienti, ma come nutrimento integrato per il corpo, la mente e lo spirito.
Attraverso la sensibilità e la consapevolezza del corpo, il cibo viene riconosciuto come un'esperienza complessa. Quando il filosofo Ludwig Feuerbach affermava che «l'uomo è ciò che mangia», anticipava una verità bio-psichica che la neurogastroenterologia oggi conferma a tutti gli effetti: il nostro “secondo cervello” intestinale dialoga ininterrottamente con il sistema nervoso centrale. Imparare a nutrirsi con consapevolezza significa dunque nutrire non soltanto i tessuti biologici, ma anche la qualità dei nostri pensieri, la stabilità emotiva e il livello di energia vitale con cui affrontiamo le giornate.
L'equilibrio individuale raggiunto attraverso lo Shiatsu e la consapevolezza a tavola non può tuttavia essere isolato dal contesto sociale e naturale in cui viviamo. Esiste infatti una connessione inscindibile tra la salubrità dell'ecosistema e lo stato di salute della persona: non è possibile concepire un essere umano davvero sano e in armonia all'interno di un ambiente degradato, inquinato o impoverito.
Il cibo rappresenta il legame biologico ed etico più diretto tra l'uomo e la terra. La qualità del nutrimento che assimiliamo dipende dalla salute dei suoli, dal rispetto delle stagionalità, dalla tutela della biodiversità e dal lavoro dignitoso di chi coltiva i campi. Promuovere la salute attraverso la pratica dello Shiatsu e l'educazione a un'alimentazione consapevole significa contribuire a una vera ecologia della vita quotidiana: un percorso che parte dal rispetto per il proprio corpo, passa per la scelta di un cibo sano e sostenibile, e si traduce in una responsabilità attiva verso la tutela del territorio e delle risorse naturali.
Renato Zaffina
Insegnante Pedagogia del contatto e Shiatsu
ACLI Terra condivide e rilancia la riflessione del Segretario Generale di Coldiretti, Vincenzo Gesmundo, sulla necessità di riportare la questione idrica al centro dell’agenda politica nazionale, superando una logica emergenziale che rischia di riaccendere l’attenzione soltanto nei momenti di maggiore criticità.
«Plaudo alla riflessione intelligente e pragmatica di Gesmundo – dichiara il presidente nazionale di ACLI Terra, Nicola Tavoletta – perché l’acqua rappresenta una delle grandi questioni strategiche del nostro Paese. Non possiamo continuare ad affrontarla come un’emergenza stagionale: deve diventare una priorità stabile nei programmi della politica e nelle scelte di investimento».
Il tema riguarda direttamente l’agricoltura, la sicurezza alimentare, la tutela dei territori, le famiglie e la capacità dell'Italia di affrontare gli effetti dei cambiamenti climatici.
«La politica e il Governo – prosegue Tavoletta – dovrebbero dedicare maggiore attenzione anche a questioni forse meno “televisive”, ma molto più vicine alle esigenze reali dei cittadini e delle imprese. L’acqua è certamente una di queste. Non può diventare, a seconda delle stagioni, una sirena d’allarme utile ad alimentare per qualche giorno il dibattito dei telegiornali, per poi scomparire dall’agenda pubblica».
ACLI Terra richiama, inoltre, la necessità di valorizzare le risorse disponibili e programmare nuove infrastrutture. La recente individuazione di importanti risorse idriche sotterranee nel territorio veneziano, così come il tema degli invasi potenzialmente cantierabili sul territorio nazionale, dimostrano quanto sia necessario passare dalla gestione dell’emergenza a una vera politica dell’acqua.
«Occorre studiare, progettare e investire – conclude Tavoletta –. Gli invasi, il recupero delle acque, la manutenzione delle reti e la conoscenza delle risorse idriche disponibili devono entrare in un unico disegno nazionale. L’Italia ha bisogno di una strategia che guardi ai prossimi venti o trent’anni, non alla prossima estate. L’acqua non è un tema da affrontare quando manca: è un patrimonio da governare».
La storica visita di Stato del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel Principato di Monaco rappresenta un momento di particolare rilievo nelle relazioni tra Italia e Monaco e conferma il Mediterraneo quale spazio privilegiato di cooperazione, tutela ambientale e sviluppo sostenibile.
Un appuntamento che giunge a pochi mesi da un altro evento storico per il Principato: la visita di Papa Leone XIV, alla quale ACLI Terra e le ACLI del Principato di Monaco hanno preso parte, testimoniando anche in quella occasione la presenza e l'impegno del movimento aclista nella comunità monegasca.
Sergio Mattarella è il primo Presidente della Repubblica Italiana a compiere una visita di Stato nel Principato. Ad accoglierlo a Palazzo dei Principi il Principe Alberto II, che alla vigilia dell'incontro ha sottolineato la forza dei legami storici tra i due Paesi e la volontà di rafforzarne ulteriormente le relazioni culturali, economiche e sui temi della sostenibilità.
Un legame ribadito dallo stesso Presidente Mattarella che, nel colloquio con il Principe Alberto II, ha richiamato i «legami storici» tra Italia e Principato di Monaco, sottolineando come oggi esista «una collaborazione di una intensità molto alta» e come il suo ulteriore rafforzamento rappresenti «davvero un motivo di grande soddisfazione».
Particolarmente significativa, per ACLI Terra, l'attenzione posta dal Sovrano monegasco sulla necessità di lavorare insieme per la protezione dell'ambiente comune, tema che negli ultimi anni ha rappresentato uno degli assi principali dell'attività internazionale dell'Associazione nel Principato di Monaco.
«In questi anni con ACLI Terra abbiamo lavorato con una collaborazione internazionale con la CIESM, con sede nel Principato di Monaco, per la tutela del Mediterraneo e la salvaguardia delle professioni delle marinerie. Un grande lavoro di ACLI Terra, con l'incoraggiamento delle ACLI, che oggi viene sottolineato nello storico incontro tra il Principe S.A.S. Alberto II di Monaco e il Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella», dichiara Nicola Tavoletta, Presidente nazionale di ACLI Terra.
Un percorso che ACLI Terra ha costruito attraverso iniziative, incontri e collaborazioni internazionali, facendo del Principato uno dei luoghi di confronto sulle trasformazioni ambientali, economiche e sociali che interessano il Mediterraneo.
Tra le tappe più significative, il Forum internazionale sulla pesca e sul Mediterraneo organizzato a Monaco, che ha messo attorno allo stesso tavolo il mondo della ricerca scientifica e le organizzazioni rappresentative delle marinerie. Nella sede della CIESM, ACLI Terra ha promosso il confronto con scienziati ed esperti insieme alle rappresentanze di Coldiretti Impresa Pesca, AGCI e ANAPI Pesca, affrontando in particolare il fenomeno delle specie aliene, a partire dalla diffusione del pesce leone, e le conseguenze dei cambiamenti dell'ecosistema sulle attività della pesca.
Proprio nel marzo scorso, nei Saloni della CIESM a Monaco, ACLI Terra ha organizzato il talk internazionale “Il futuro del Mediterraneo”, dedicato ai rapidi cambiamenti degli ecosistemi marini e alle loro conseguenze sulla filiera ittica e sulle comunità costiere.
L'impegno dell'Associazione nel Principato ha riguardato inoltre la valorizzazione delle produzioni italiane e delle filiere legate al mare e alla terra, con iniziative dedicate alle eccellenze ittiche, alle erbe officinali e al dialogo tra produzioni, territori e sostenibilità.
La visita del Presidente Mattarella assume quindi, per ACLI Terra, un valore che va oltre il pur fondamentale rafforzamento delle relazioni bilaterali. Il programma stesso della visita richiama la centralità della ricerca scientifica e della protezione dell'ambiente marino nel rapporto tra i due Paesi.
Le parole del Presidente Mattarella sulla crescente intensità della collaborazione tra Italia e Monaco e quelle del Principe Alberto II sulla condivisione dei valori della pace, del diritto internazionale e della tutela dell'ambiente comune indicano una prospettiva nella quale ACLI Terra intende continuare a offrire il proprio contributo, mettendo in relazione ricerca scientifica, rappresentanza sociale e mondo produttivo.
«Italia e Principato di Monaco – conclude Tavoletta – possono continuare a costruire insieme un modello di cooperazione mediterranea nel quale la sostenibilità ambientale proceda insieme alla sostenibilità economica e sociale. È il percorso nel quale ACLI Terra crede e sul quale continueremo a lavorare, insieme alla CIESM e alle organizzazioni italiane e internazionali che condividono questa responsabilità».
Una pagina storica nei rapporti tra Italia e Principato di Monaco.
Per la prima volta un Presidente della Repubblica Italiana è in visita di Stato nel Principato. Sergio Mattarella sarà accolto dal Principe Alberto II e dalla Principessa Charlène per due giornate che intrecciano istituzioni, cultura, ambiente e relazioni tra i due Paesi.
Italia e Monaco condividono molto più di un confine vicino: storia, cultura, rapporti economici e soprattutto una comunità italiana numerosa e profondamente radicata nel Principato.
Dal Palais Princier all’Opéra di Monte-Carlo, fino al Musée océanographique, la visita attraverserà alcuni dei luoghi simbolo di Monaco. In serata, Mattarella assisterà inoltre allo spettacolo lirico della mezzosoprano Cecilia Bartoli.
ACLI Terra saluta con grande attenzione questo momento storico, che rinnova un legame antico e guarda alle nuove opportunità di dialogo e collaborazione tra Italia e Principato di Monaco.
Le reali fabbriche del ferro in Calabria, questo è il titolo del libro di Danilo FRANCO, ecomuseologo e studioso di archeologia industriale calabrese, che ci racconta, nel suo ultimo lavoro, la storia di quando la Calabria era industriale e si inseriva a pieno titolo e con forza nel vasto complesso industriale del Regno Delle Due Sicilie. Con il libro l’autore cerca di dare completezza al suo precedente lavoro “Il ferro in Calabria” e di ricollocare nel grande libro della nostra regione e del Meridione alcune, a dire il vero tante, pagine mancanti, strappate dalla storiografia “ufficiale”. Il testo è un ulteriore tassello che arricchisce la conoscenza della laboriosità dei calabresi in un passato non molto lontano da noi. Leggendolo, si riscoprono vicende e storie sconosciute e viene posto l’accento su ciò che “possedeva”, il comprensorio industriale calabrese delle Serre Calabre-Vallata dello Stilaro, attivo, dall’epoca pre magna-grecia, sino al finire del secolo scorso. Miniere, ferriere, fabbriche d’armi, villaggi operai, e una tecnologia che lo poneva alla pari di altri poli industriali europei. Questo patrimonio industriale, materiale e immateriale, fa sì che la vallata della fiumara Stilaro, e il suo comprensorio, sia oggi considerata: la “culla” della prima industrializzazione meridionale. L’industria calabrese non fu un capriccio del governante di turno, ma fu fortemente voluta per la ricaduta economica che essa produceva, innescata soprattutto dalla presenza, nei dintorni di Pazzano, Bivongi e Stilo di ricche mineralizzazioni di limonite, pirite, calcopirite, galena e tanti altri minerali. A fianco delle miniere, l’indispensabile presenza di vasti boschi, utili per ottenere il carbone vegetale e delle acque delle fiumare per ricavare l’energia motrice costituivano il sistema fabbrica e consentivano una attività a ciclo continuo. L’apparato industriale, quello calabrese che fu ritenuto utile e vantaggioso mantenere in vita da tutte le dinastie che si sono alternate alla guida politica del Meridione, tranne che da quella Sabauda, che dopo l’unificazione d’Italia la depotenziò e in breve la dismise. Le evidenze archeologiche industriali emergono da ricerche ultra-trentennali, effettuate sul territorio, che hanno consentito di scoprire che in passato il comprensorio Stilaro-Serre Calabre, recitava un ruolo determinante nell’economia del regno a cui apparteneva, tanto da consentire alla Calabria di essere una tra le regioni, se non la più industrializzata, della penisola italiana, nella quale non vi era disoccupazione, e che attirava maestranze da altre parti d’Italia e dell’Europa. Già la copertina introduce su ciò che verrà messo inevidenza nel corpo del libro.
Essa mostra un paesaggio minerario e siderurgico attivo nel 1600 nei pressi di Pazzano. È una interpretazione artistica di un pittore fiammingo Luca Van Valckenborg che “racconta “con la sua arte e con estremo dettaglio una giornata di lavoro del polo siderurgico-minerario di Pazzano. Ci mostra come avveniva attuata la “trasformazione“ del minerale, la limonite, in ferro attraverso un ciclo, che dalla estrazione dalle miniere e dalla frantumazione giungeva alla ferriera che realizzava il ferro e i manufatti, passando dalla fusione del minerale e alla sua trasformazione in ghisa negli altoforni. Nel testo si individuano i maggiori centri siderurgici della Calabria che furono in passato e in epoche diverse: Bivongi, Cardinale, Guardavalle, Mongiana, Pazzano, Reggio Calabria e Stilo.
Lo studio ci fa conoscere reperti di archeologia industriale e soprattutto la storia, che essi ci tramandano. Vari sono i di “temi”, contenuti nelle pagine, tutti collegati tra essi da un unico comun denominatore: la storia della siderurgia calabrese nel corso dei secoli. Temi e opifici che tracciano un percorso tematico, una vera e propria “Via del ferro” che si inerpica, partendo dal “Greco Mar”, sino a raggiungere gli altopiani delle Serre Calabre. Il percorso ha inizio dal territorio magno-greco di Kaulonia, per giungere sino alla fine del 1800 agli opifici Borbonici delle Serre. L’economia locale, traeva un notevole beneficio, se si pensa che intorno al polo siderurgico-armiero-minerario di Mongiana, Stilo, Pazzano, negli ultimi secoli della sua attività trovavano lavoro circa 1500, addetti in modo diretto, con un indotto quantificabile ad altri circa 4000. La ricerca si sofferma su aspetti sociali, economici, storici e tecnologici che, hanno caratterizzato questa attività e condizionato in positivo l’intero comprensorio e che hanno trasformato nel corso dei millenni un paesaggio rurale in uno industriale. L’unico paesaggio industriale presente in Calabria che ancora oggi ci ricorda il suo trascorso.Molti i siti archeo-industriali in Calabria che ancora oggi, se pur dimessi, caratterizzano il territorio: le fonderie di Mongiana e Ferdinandea con le numerose ferriere, la fabbrica d’armi di Mongiana, le miniere di Pazzano, la ferriera di Pazzano e Bivongi, ecc. Ma nel testo, si rimarca anche l’incidenza sociale che queste attività hanno avuto e che cosa furono capaci di fornire al resto del meridione. Opere importanti del Regno di Napoli, furono realizzate in Calabria. I tubi dell’acquedotto Carolino, della Regia di Caserta, oltre 40 km, furono realizzati dal Vanvitelli nelle Ferriere della fiumara Assi, I primi ponti in ferro d’Italia furono realizzati a Mongiana e nelle ferriere di Carlo Filangieri a Cardinale e i binari della prima ferrovia italiana, la Napoli-portici furono realizzati con la ghisa di Mongiana. La ghisa prodotta a Mongiana consentiva le produzioni dell’industria metalmeccanica di Pietrarsa, fornendo un notevole aiuto all’intera industria metalmeccanica del Regno. Dalle pagine, emergono anche nuove risultanze provenienti da archivi, che hanno consentito di avere a disposizione interessanti atti notarili secenteschi e settecenteschi e alcune rare cartografie. Atti che, consentono di riempire alcuni "vuoti" temporali e di avere maggiore chiarezza sulla reale consistenza del polo industriale siderurgico esistente nelle montagne delle Serre Calabre. Patrimonio archeo-industriale che cresce sempre di più a mano a mano che si approfondisce la ricerca negli archivi e nel più grande archivio della storia che è il territorio. Non solo storia e archeologia industriale, ma anche un excursus sulla evoluzione dei forni fusori, partendo dai primi forni per il ferro primordiali, per giungere ai moderni altoforni, passando da quelli a “suola”, a “camino”, alla “catalana”, allo” stuckoffen” a quello a “manica” al “cannecchio”. In appendice è “presentato” un approfondito studio del villaggio siderurgico settecentesco, di “Chiesa Vecchia”, sito nel “Bosco di Stilo”, sopravvissuto miracolosamente alla dismissione della siderurgia calabrese. Completa il lavoro una breve descrizione del ciclo di produzione del ferro, per far comprendere la complessità e la tecnologia raggiunta nel polo siderurgico operante nelle montagne delle Serre Calabre quando la Calabria era industriale ed economicamente all’avanguardia. Quindi una storia tutta da leggere per conoscere a fondo una Calabria industriale e operosa, diversa da quella di oggi.
Pino Campisi