14 Ott 2026

Xylella e olivicoltura calabrese: conoscere la biodiversità per anticipare il futuro

15 Set 2026 98

Il recente rinvenimento di Xylella fastidiosa subsp. pauca nel territorio di Taurianova, in provincia di Reggio Calabria, rappresenta un fatto che non può lasciare indifferente il mondo agricolo regionale. La documentazione ufficiale trasmessa agli enti e alle organizzazioni interessate riguarda infatti l'individuazione del focolaio e l'istituzione della relativa area delimitata.

Di fronte a una notizia di questa portata è però fondamentale mantenere un approccio rigoroso, evitando allarmismi e distinguendo con chiarezza i diversi ruoli. La gestione fitosanitaria e le relative misure competono alle autorità preposte. Alla ricerca, ai tecnici e all'intera filiera agricola spetta invece un altro compito fondamentale: comprendere, studiare e produrre nuova conoscenza.

Ed è proprio da qui che dovrebbe partire una riflessione sul futuro dell'olivicoltura calabrese.

Una biodiversità ancora da conoscere

La Calabria custodisce un patrimonio olivicolo straordinariamente diversificato. Accanto alla Carolea convivono cultivar come Ottobratica, Sinopolese, Grossa di Gerace, Tondina, Dolce di Rossano, Roggianella, Pennulara e numerose altre varietà e accessioni locali, alcune strettamente legate a territori molto circoscritti.

Oggi emerge una domanda importante: quanto conosciamo realmente la risposta delle cultivar calabresi a Xylella fastidiosa?

Le esperienze maturate nei territori già interessati dal batterio hanno dimostrato che cultivar differenti possono manifestare comportamenti differenti. Gli studi condotti in Puglia sul ceppo ST53 hanno evidenziato, ad esempio, una maggiore tolleranza del Leccino rispetto a cultivar fortemente suscettibili quali Cellina di Nardò e Ogliarola Salentina; risultati interessanti sono stati osservati anche per FS-17, nota come Favolosa.

Queste conoscenze, tuttavia, non possono essere automaticamente trasferite al patrimonio varietale calabrese.

Per molte cultivar autoctone regionali non disponiamo ancora di un quadro sperimentale sufficientemente ampio per attribuire con certezza condizioni di suscettibilità, tolleranza o resistenza. L'assenza di informazioni non significa né resistenza né suscettibilità: rappresenta una domanda scientifica ancora aperta.

Non servono quindi conclusioni affrettate, ma ricerca.

Il germoplasma come risorsa per il futuro

La Calabria dispone da questo punto di vista di una risorsa di enorme valore: la collezione di germoplasma olivicolo del CREA presente nelle sedi di Mirto Crosia e Rende e inserita nella rete internazionale del Consiglio Oleicolo Internazionale.

Una collezione di germoplasma non è semplicemente un archivio della biodiversità del passato. È una riserva biologica di caratteri genetici e fisiologici potenzialmente utili all'agricoltura del futuro.

Studiare sistematicamente Carolea, Ottobratica, Sinopolese, Grossa di Gerace, Tondina, Dolce di Rossano, Roggianella, Pennulara e le numerose accessioni minori potrebbe consentire di individuare caratteristiche oggi poco conosciute e costruire una base scientifica utile alle decisioni future.

Questo non significa sostenere che nel germoplasma calabrese esistano necessariamente cultivar resistenti a Xylella. Sarebbe prematuro. Significa riconoscere che non possiamo sapere quali risposte custodisca la nostra biodiversità finché non iniziamo a cercarle sistematicamente.

Conservare una cultivar significa preservarne il patrimonio genetico; caratterizzarla significa trasformare quel patrimonio in conoscenza.

L'agricoltura è cambiata

Il rinvenimento di Xylella fastidiosa subsp. pauca in Calabria deve però portarci anche a una riflessione più ampia.

Questa notizia deve scuotere tutti gli addetti ai lavori. Non per generare paura, ma per prendere definitivamente coscienza di una realtà: l'agricoltura è cambiata.

Sono cambiati il clima, gli agroecosistemi, la circolazione delle merci e del materiale vegetale e la velocità con cui nuove problematiche possono manifestarsi. Allo stesso tempo sono profondamente cambiati gli strumenti che abbiamo a disposizione.

Gli approcci agronomici classici conservano un patrimonio di conoscenze ed esperienza irrinunciabile, ma da soli non possono più rappresentare la risposta a tutte le sfide che abbiamo davanti. Monitoraggio territoriale, diagnostica precoce, sensoristica, sistemi informativi geografici, telerilevamento, droni, analisi multispettrale e modelli previsionali consentono oggi di osservare i sistemi agricoli con una capacità impensabile fino a pochi anni fa.

La vera innovazione non consiste però semplicemente nell'utilizzare una nuova tecnologia. Significa cambiare il modo in cui osserviamo l'agroecosistema, passando progressivamente da un'agricoltura prevalentemente reattiva a un'agricoltura sempre più preventiva e predittiva.

Rigenerare il suolo può generare anche valore

Questo cambiamento deve riguardare anche il modo in cui consideriamo il suolo.

L'oliveto non è soltanto una superficie sulla quale produrre olive, ma un agroecosistema nel quale suolo, pianta, microrganismi, acqua e biodiversità interagiscono continuamente. Da qui nasce l'interesse crescente verso l'agricoltura rigenerativa e il carbon farming.

Inerbimento e cover crop, riduzione delle lavorazioni, restituzione e valorizzazione dei residui di potatura, incremento della sostanza organica, razionalizzazione della fertilizzazione e gestione attenta del suolo possono contribuire, quando correttamente applicati e verificati, all'aumento del carbonio organico, alla riduzione delle emissioni e al miglioramento della funzionalità del terreno.

La direzione europea è ormai chiaramente tracciata. Il nuovo quadro europeo per la certificazione degli assorbimenti di carbonio e del carbon farming riconosce pratiche quali cover crop, lavorazioni conservative, agroforestazione e migliore efficienza della fertilizzazione. Il principio è particolarmente interessante per il mondo agricolo: i risultati ambientali certificati possono diventare anche una forma di integrazione del reddito dell'agricoltore.

Per l'olivicoltura, e in particolare per quella calabrese caratterizzata da vaste superfici di colture arboree permanenti, si apre quindi una prospettiva che merita attenzione: associare alla produzione di olive e olio anche la valorizzazione dei servizi ecosistemici generati da una gestione più sostenibile del suolo.

Esperienze come quella di Radica – The Root of Change, evoluzione di Alberami, mostrano già un possibile modello: accompagnare le aziende mediterranee verso pratiche rigenerative, misurare attraverso sistemi MRV – Monitoring, Reporting and Verification – i risultati ottenuti e trasformare, quando ne ricorrono le condizioni, il carbonio sequestrato e le riduzioni delle emissioni in asset ambientali verificabili.

Non significa che ogni oliveto possa automaticamente produrre crediti di carbonio né che questi rappresentino una nuova forma di contributo garantito. Il principio è diverso e forse ancora più interessante: premiare economicamente un risultato ambientale realmente prodotto, misurato e verificato.

In questa prospettiva il carbon farming non dovrebbe essere considerato esclusivamente come un mercato del carbonio, ma come uno strumento capace di accompagnare la transizione verso un'agricoltura rigenerativa: migliorare la fertilità e la struttura del suolo, incrementarne la capacità di trattenere acqua, favorire la biodiversità e aumentare la resilienza dell'oliveto, generando contemporaneamente una possibile fonte integrativa di reddito.

Conoscere oggi per decidere domani

È proprio questo il cambiamento culturale di cui abbiamo bisogno.

La risposta alle nuove sfide dell'agricoltura non può essere ricercata in un singolo prodotto, in una tecnologia o in una pratica isolata. Occorre ragionare in termini di sistema: biodiversità genetica, salute del suolo, innovazione tecnologica, monitoraggio, agricoltura rigenerativa e sostenibilità economica dell'impresa devono procedere nella stessa direzione.

La Calabria possiede biodiversità, competenze e un patrimonio olivicolo straordinario. Conservarlo significa custodire secoli di storia agricola; studiarlo, monitorarlo e gestirlo attraverso nuovi modelli significa invece prepararlo alle sfide del futuro.

Il recente rinvenimento di Xylella fastidiosa non dovrebbe quindi generare soltanto preoccupazione. Dovrebbe produrre consapevolezza, curiosità scientifica, innovazione e capacità di programmazione.

Conservare l'esperienza del passato rimane indispensabile, ma dobbiamo integrarla con gli strumenti del presente e avere il coraggio di investire nella conoscenza di ciò che ancora non sappiamo.

Perché andare al passo con i tempi potrebbe non essere più sufficiente. In agricoltura, sempre più spesso, i tempi bisogna provare a precederli.

Thomas Vatrano

 

Ultima modifica il Martedì, 15 Settembre 2026 07:11