14 Ott 2026

 

Prezzi in crisi, Xylella e cambiamenti climatici: alla vigilia della nuova campagna olearia, la Calabria è chiamata a scegliere quale futuro costruire per il proprio patrimonio olivicolo.

La nuova campagna olearia è ormai alle porte e, ancora una volta, il comparto olivicolo si trova ad affrontare un momento di profonda incertezza. La contrazione dei prezzi dell'olio extravergine di oliva, l'aumento dei costi di produzione, gli effetti dei cambiamenti climatici e il nuovo focolaio di Xylella fastidiosa in Calabria impongono una riflessione che non può più essere rimandata.

La domanda che dovremmo porci non è soltanto quanto olio produrremo quest'anno, ma soprattutto quale olivicoltura vogliamo consegnare alle generazioni future.

Il prezzo dell'olio rappresenta oggi una delle principali preoccupazioni per le aziende. Dopo una fase caratterizzata da quotazioni particolarmente elevate, il mercato ha registrato una sensibile contrazione, mentre i costi necessari per gestire un oliveto, dalla potatura alla raccolta, continuano a incidere significativamente sulla redditività aziendale.

È evidente che un'olivicoltura collinare, spesso caratterizzata da difficoltà di accesso e limitate possibilità di meccanizzazione, non possa sostenere gli stessi costi produttivi di un'azienda che opera su grandi superfici pianeggianti. Eppure, troppo spesso, gli oli ottenuti in questi contesti finiscono per confrontarsi con un mercato che non riconosce adeguatamente il valore del territorio, della biodiversità e del lavoro necessario per produrli.

A rendere ancora più delicato l'avvio della nuova campagna è il recente focolaio di Xylella fastidiosa individuato nel territorio di Taurianova, che rappresenta un ulteriore campanello d'allarme per l'olivicoltura calabrese. Proprio in questi giorni si è dato avvio alle operazioni di espianto e bruciatura delle piante, proprio come previsto dalle misure di contenimento del “batterio killer”, come spesso è stato definito.

Mi auguro vivamente che la politica, le istituzioni e tutti gli addetti ai lavori abbiano finalmente compreso il valore strategico della biodiversità olivicola.

La Calabria possiede un germoplasma straordinariamente vasto, costituito da cultivar autoctone, ecotipi e varietà locali che rappresentano un patrimonio genetico di inestimabile valore. Una ricchezza che deve essere studiata, caratterizzata e tutelata, anche attraverso programmi di ricerca finalizzati a individuare eventuali caratteri di tolleranza alle avversità biotiche e abiotiche.

La biodiversità non rappresenta, di per sé, una garanzia di resistenza alla Xylella, ma costituisce una risorsa fondamentale dalla quale la ricerca può partire per individuare nuove strategie di adattamento e tutela del patrimonio olivicolo.

Non possiamo pensare che il futuro dell'olivicoltura mediterranea debba coincidere necessariamente con la diffusione indiscriminata di impianti superintensivi, spesso basati su un numero limitato di cultivar. Questi modelli produttivi possono trovare una loro collocazione in specifici contesti agronomici ed economici, ma non possono rappresentare l'unica risposta alle difficoltà del settore.

Seppur il modello ad alta densità debba essere sostenuto laddove le caratteristiche pedologiche lo consentano, è anche tempo di tornare a investire sui nostri oliveti collinari, anziché considerarli un modello produttivo superato.

Molti di questi impianti hanno attraversato decenni, talvolta secoli, di siccità ed eventi climatici estremi, dimostrando una notevole capacità di sopravvivenza e adattamento alle condizioni ambientali mediterranee. Per chi frequenta gli areali olivicoli mediterranei si sarà imbattuto in situazioni in cui piante monumentali (estremamente cariche nonostante le svariate centinaia di anni) ancora verdi, con olive ben turgide nonostante mesi di siccità e accanto impianti di 30 anni completamente devastati dalla mancanza d’acqua. 

Tale capacità deriva dall'interazione tra patrimonio genetico, sviluppo degli apparati radicali, caratteristiche del suolo e condizioni microclimatiche dei diversi areali.

Dobbiamo valorizzare questa attitudine, senza dimenticare che la sopravvivenza delle piante non equivale necessariamente alla sostenibilità economica delle produzioni.

Occorre pertanto investire nella gestione razionale della chioma, nel miglioramento della fertilità dei suoli, nella conservazione della sostanza organica, nell'efficienza idrica e nell'adozione delle moderne tecnologie di agricoltura di precisione.

Il telerilevamento multispettrale, il monitoraggio fisiologico delle piante e la diagnostica nutrizionale possono contribuire a rendere più efficienti anche gli oliveti tradizionali, consentendo di adattare gli interventi agronomici alle reali necessità delle colture.

Innovare, dunque, non significa necessariamente sostituire ciò che già possediamo, ma imparare a gestirlo meglio, valorizzandone le potenzialità.

La Calabria, così come buona parte dell'Italia, non può pensare di competere esclusivamente sul prezzo con i grandi centri internazionali della produzione. Deve invece costruire il proprio futuro sulla qualità, sulla biodiversità, sulla caratterizzazione territoriale e sulla capacità di offrire al mercato oli extravergini dalla forte identità.

Ma la qualità, da sola, non basta.

Occorre sostenere concretamente l'olivicoltura eroica, riconoscendo il valore economico, ambientale e sociale degli oliveti collinari e secolari. La loro tutela non può essere affidata soltanto alla passione degli agricoltori: servono investimenti, strumenti di sostegno adeguati e politiche capaci di garantire una prospettiva reddituale alle aziende.

Un oliveto collinare non produce soltanto olive. Contribuisce a custodire il paesaggio, a mantenere vive le aree interne, a preservare il patrimonio genetico locale e, attraverso una corretta gestione agronomica, può concorrere alla protezione del suolo e alla conservazione delle risorse naturali.

Sono funzioni che devono trovare un riconoscimento concreto, anche attraverso nuovi strumenti di valorizzazione dei servizi ecosistemici e programmi di sostegno realmente accessibili alle imprese agricole.

Parallelamente, dobbiamo affrontare un'altra grande sfida: accrescere la cultura del consumatore medio.

Negli ultimi anni abbiamo investito molto nella promozione degli oli di eccellenza, nei concorsi e nei riconoscimenti internazionali, ma non possiamo pensare che il futuro del comparto dipenda esclusivamente da una ristretta fascia di consumatori particolarmente attenti alla qualità.

Dobbiamo coinvolgere soprattutto chi acquista quotidianamente olio per la propria famiglia, colui che, attraverso le proprie scelte, contribuisce a movimentare una parte rilevante del mercato.

È necessario insegnargli a riconoscere un buon extravergine, a comprenderne le caratteristiche sensoriali, a interpretare correttamente le informazioni riportate in etichetta e a riconoscere il valore del lavoro agricolo che si cela dietro ogni bottiglia.

Solo ampliando la domanda consapevole di oli di qualità potremo contribuire a creare condizioni commerciali più favorevoli per le nostre aziende, riducendo la dipendenza da un mercato nel quale il prezzo più basso rappresenta troppo spesso il principale criterio di scelta.

Dedico da circa vent'anni una parte importante della mia vita professionale all'olivicoltura, investendo risorse, studio ed energie nella convinzione che questo comparto rappresenti una delle più grandi ricchezze del nostro territorio.

Proprio per questo, spero vivamente che l'attuale momento di difficoltà possa finalmente tradursi in una reale volontà di tutelare il patrimonio olivicolo e non nell'ennesima stagione di dichiarazioni e promesse destinate a esaurirsi con il superamento dell'emergenza.

Gli interventi messi in campo finora, a diversi livelli, non sono stati sufficienti a garantire una prospettiva stabile a molte aziende olivicole, soprattutto a quelle che operano nei territori più difficili.

Non possiamo continuare a celebrare i nostri olivi secolari come simboli identitari e, contemporaneamente, lasciare che gli agricoltori che li custodiscono siano costretti ad abbandonarli per mancanza di redditività.

Servono programmazione, investimenti nella ricerca, sostegno alle aziende e una strategia di valorizzazione commerciale che parta dalle caratteristiche distintive dei nostri territori.

L'agricoltura è cambiata e gli approcci tradizionali devono evolversi. Anzi, dobbiamo imparare ad anticipare i cambiamenti, anziché limitarci a rincorrerli.

La nuova campagna olearia dovrebbe rappresentare un'occasione per trasformare le difficoltà attuali in una riflessione concreta sul futuro del comparto, mettendo finalmente al centro il reddito degli olivicoltori, la conservazione della biodiversità e la valorizzazione della qualità.

La Calabria non ha bisogno di produrre l'olio di tutti. Ha bisogno di dare a tutti una ragione per scegliere il suo olio.

E il futuro della nostra olivicoltura non nascerà dalla rinuncia alle proprie radici, ma dalla capacità di investire su di esse.

Thomas Vatrano

Dottore Agronomo, PhD

Il Presidente Nazionale dell’associazione professionale agricola condivide le proposte per contrastare il crollo dei prezzi, fermare le speculazioni da importazioni extra-UE e garantire il Made in Italy.

 

«Condividiamo e sosteniamo con convinzione la posizione espressa dai colleghi di Coldiretti sulla drammatica crisi che sta colpendo la risicoltura italiana. Un settore simbolo del Made in Italy, che da solo rappresenta oltre il 50% dell'intera produzione europea, non può essere lasciato alla deriva».

A dichiararlo in una nota è Nicola Tavoletta, Presidente Nazionale di Acli Terra, che interviene a margine del crollo delle quotazioni del risone, spinto da un aumento delle importazioni del 20% che sta soffocando le aziende agricole italiane, già stremate dai costi di produzione e dagli effetti della siccità.

«È urgente fare fronte comune per proteggere la nostra eccellenza e la dignità dei produttori – prosegue Tavoletta – per questo rilanciamo e facciamo nostre le proposte avanzate al Governo per un piano straordinario di salvaguardia del settore».

Nello specifico, Acli Terra richiede un'azione congiunta su più punti cardine:

Aiuti alle famiglie e sostegno alla produzione locale: l'attivazione immediata di un bando da 12 milioni di euro per destinare riso 100% italiano alle fasce di popolazione indigenti.

Tutela del mercato e tracciabilità: il rafforzamento dei controlli e l’uso di strumenti innovativi per certificare l'origine del prodotto e fermare le truffe a danno dei consumatori.

Risorse e contratti di filiera: l'istituzione di un fondo dedicato ai contratti di filiera nell'ambito del Fondo Sovranità Alimentare, affiancato da risorse regionali per il sostegno diretto alle imprese.

Equità commerciale e sostenibilità: la rigorosa applicazione del principio di reciprocità negli accordi con i Paesi extra-UE per evitare concorrenza sleale, unitamente al rafforzamento del sostegno al riso nella futura PAC.

Infrastrutture e innovazione: un Piano Nazionale degli Invasi per contrastare le emergenze idriche e investimenti strategici nella ricerca e nelle Tecniche di Evoluzione Assistita (TEA).

«Chiediamo a tutto il mondo agricolo e alle istituzioni di muoversi in modo compatto – conclude il Presidente Tavoletta –. Serve unità immediata per difendere chi produce qualità, tutela l'ambiente e investe sul futuro del nostro Paese».

Acli Terra, a Genova l’incontro tra territori e tradizioni: il gusto diventa occasione di dialogo e valorizzazione delle eccellenze italiane
 
I sapori autentici diventano il linguaggio con cui raccontare l’Italia e costruire relazioni tra territori. È questo lo spirito dell’iniziativa “Abbinamento Cibo & Vino”, promossa da Acli Terra Genova in collaborazione con la Cantina Fontezoppa delle Marche, in programma lunedì 13 luglio alle ore 18.30 presso il Porto Antico di Genova.
 
L’appuntamento rappresenta un momento di incontro tra culture gastronomiche, imprese agricole e produzioni di qualità provenienti da diverse regioni italiane, unite dalla volontà di promuovere un modello di sviluppo fondato sulla valorizzazione dei territori, delle filiere locali e delle relazioni tra comunità.
 
Le eccellenze marchigiane della Cantina Fontezoppa dialogheranno con alcune delle migliori produzioni liguri, in un percorso enogastronomico che vedrà protagonisti la battuta di carne al coltello della Macelleria Dealti, il formaggio di pecora dell’Azienda Agricola Gli Artisti, il finger food di mare, i canestrelli del Panificio Pasticceria Parodi e l’immancabile focaccia genovese.
 
«Mettere in relazione territori diversi significa creare valore per tutti – afferma Nicola Tavoletta, presidente nazionale di Acli Terra –. L’Italia cresce quando le sue comunità si incontrano, condividono esperienze e fanno rete. Attraverso il cibo e il vino raccontiamo identità, tradizioni e lavoro, ma soprattutto dimostriamo come la collaborazione tra regioni possa diventare uno strumento concreto di promozione economica, culturale e sociale.»
 
L’iniziativa conferma l’impegno di Acli Terra nel favorire il dialogo tra le realtà produttive italiane, sostenendo le imprese agricole, le produzioni di qualità e una cultura dell’enogastronomia capace di unire persone, territori e tradizioni in un’unica narrazione del patrimonio agroalimentare nazionale.
 
L’evento è riservato ai partecipanti muniti di invito.

Acli Terra della provincia di Macerata ha promosso un’agenda trasversale di incontri sul territorio nell’arco di 24 ore, attraversando temi strategici che spaziano dalla filiera ittica alla pedagogia rurale, fino alla produzione agroalimentare delle aziende familiari.

Il tour ha visto la partecipazione del Presidente Nazionale di Acli Terra, Nicola Tavoletta, accompagnato dalla dirigenza territoriale guidata dal Consigliere Nazionale e Presidente provinciale Venanzio Pennesi e dal Presidente regionale, docente universitario, Alberto Felici. Un percorso che ha unito la costa Adriatica agli Appennini, valorizzando le diverse identità produttive e culturali del territorio marchigiano.

Tra gli impegni assunti con le operatrici e gli operatori locali vi è il coinvolgimento del Mercato Ittico di Civitanova Marche in un forum internazionale dedicato alla commercializzazione ittica, in programma lunedì 8 giugno presso la sede della Ciesm – la Commissione per gli Studi e le Esplorazioni del Mediterraneo – nel Principato di Monaco.

Sempre in una prospettiva sovraregionale, con alcune realtà vitivinicole del territorio è stato concordato uno scambio promozionale con la Liguria, che porterà alla realizzazione di un evento dedicato ai vini locali a Genova il 15 e 16 luglio e successivamente in Costa Azzurra, il 17 luglio, nell’ambito della “Vetrina Italia di Acli Terra”.

La presenza del Presidente Tavoletta ha inoltre rafforzato la sinergia con le scuole del territorio per la promozione del paesaggio locale nella sua dimensione culturale, attraverso il progetto Edunova dell’Istituto “Sant’Agostino” di Civitanova Marche e Montecosaro, in un’ottica di valorizzazione nazionale.

Nel corso dell’assemblea svoltasi presso il Mercato Ittico, il Presidente Tavoletta ha avanzato diverse proposte gestionali, lanciando anche un appello nazionale alla razionalizzazione della gestione dei luoghi di sbarco e a una nuova politica urbanistica fondata sulla riqualificazione dei waterfront edificati tra gli anni ’40 e ’70 del secolo scorso, oggi ritenuti inadeguati e obsoleti rispetto agli standard contemporanei di sicurezza, sostenibilità e qualità architettonica.

Per Acli Terra, la riorganizzazione urbanistica rappresenta una priorità sociale, ambientale ed economica e sarà al centro della relazione che il Presidente Nazionale presenterà il prossimo 17 giugno a Roma, in occasione della presentazione del Comitato Scientifico dell’associazione.

Nel suo intervento, Venanzio Pennesi ha espresso gratitudine al Mercato Ittico di Civitanova Marche per la disponibilità dimostrata e ha rivolto un ringraziamento a Giuliano De Santis di Assoittico e all’Associazione Agorà per la collaborazione nella realizzazione dell’evento.

Pennesi ha inoltre lanciato un forte appello all’unità: “La difesa del mare non può essere una questione di appartenenza politica o di movimenti; è necessario fare fronte comune e parlare con una voce unica”.

Parlare di olio extravergine di oliva made in Italy significa parlare di molto più di un semplice alimento. L’olio è storia, cultura, paesaggio e salute, ma anche economia agricola e presidio del territorio. È uno dei simboli più profondi dell’agricoltura italiana, capace di tenere insieme tradizione e innovazione, qualità e sostenibilità.

L’Italia possiede un primato spesso sottovalutato: è il Paese con la più alta biodiversità olivicola al mondo, con oltre 737 cultivar autoctone. Ogni varietà nasce da un equilibrio delicato tra suolo, clima e saperi locali, dando vita a oli profondamente diversi per profumo, gusto e composizione nutrizionale. Questa ricchezza non è solo un valore culturale, ma anche una risorsa strategica per affrontare cambiamenti climatici, malattie e crisi ambientali. Dove c’è olivicoltura, spesso ci sono colline curate, dissesto idrogeologico ridotto e comunità rurali ancora vive.

Dal punto di vista nutrizionale, l’olio extravergine di oliva è tutt’altro che un semplice “grasso vegetale”. È un alimento funzionale, cuore della dieta mediterranea, ricco di acidi grassi monoinsaturi e composti antiossidanti naturali come i polifenoli. La scienza lo considera un alleato della salute cardiovascolare e metabolica, soprattutto quando sostituisce grassi di qualità inferiore. Ridurlo a una categoria generica, senza distinguerne la qualità e l’origine, significa ignorarne il ruolo unico nell’alimentazione.

Eppure, oggi l’olio italiano si trova al centro di nuove tensioni globali. Un esempio emblematico è l’accordo commerciale tra l’Unione Europea e il Mercosur, sostenuto politicamente anche dal governo guidato da Giorgia Meloni. L’intesa punta a rafforzare gli scambi tra l’UE e i Paesi sudamericani (Brasile, Argentina, Paraguay e Uruguay), aprendo i mercati e riducendo progressivamente dazi e barriere.

Dal punto di vista teorico, l’accordo offre opportunità per l’export europeo. Nella pratica, però, per settori delicati come l’olivicoltura italiana emergono rischi concreti. I produttori italiani operano con costi elevati, regole ambientali stringenti e standard qualitativi molto alti. L’ingresso in un mercato sempre più competitivo, dove contano soprattutto i volumi e il prezzo, può comprimere i margini e rendere meno visibile il valore della qualità. Anche quando l’olio italiano non viene direttamente sostituito, la pressione sui prezzi e la confusione per il consumatore finale possono danneggiare l’intera filiera.

A complicare il quadro interviene il tema dell’informazione al consumatore, in particolare il Nutri-Score, sistema di etichettatura nutrizionale semplificata adottato o sostenuto in diversi Paesi europei. Pensato per aiutare a orientarsi rapidamente tra i prodotti, il Nutri-Score diventa però un’arma a doppio taglio proprio per alimenti come l’olio extravergine di oliva. Basandosi su algoritmi che penalizzano il contenuto di grassi senza distinguere adeguatamente tra grassi “buoni” e “cattivi”, il sistema rischia di trasmettere l’idea che l’olio d’oliva sia un alimento da limitare o evitare, mettendolo sullo stesso piano di grassi raffinati o industriali.

Il paradosso è evidente: mentre la scienza e la tradizione alimentare riconoscono all’olio extravergine di oliva un ruolo centrale in una dieta sana, un’etichetta troppo semplificata può spingere il consumatore verso prodotti ultra-processati che ottengono un punteggio migliore solo perché “aggiustati” a livello industriale.

In questo scenario, la difesa dell’olio made in Italy non può limitarsi alla retorica. Serve una strategia culturale, politica ed economica: tutela della biodiversità, controlli rigorosi sulle importazioni, valorizzazione dell’origine e della qualità, ma anche un modello di informazione nutrizionale che non penalizzi gli alimenti simbolo di una dieta sana e sostenibile.

Difendere l’olio extravergine di oliva italiano significa, in fondo, difendere un’idea di cibo che non è solo merce, ma espressione di territorio, salute e identità.

L’olio extravergine d’oliva di qualità è un alimento che anche l’EFSA ha codificato mediante un CLAIM (quello dei lipidi ematici), composto da molecole bioattive che oltre ad apportare tutti i benefici che la scienza gli ha attribuito, riescono a proteggere i lipidi ematici dallo stress ossidativo. Direi proprio che non è poco. Ma i nostri politici lo sapranno? O fanno parte di quella stragrande maggioranza di persone che considera l’”oro verde” un semplice condimento?

Ildo Diamanti sostiene che “la cultura rende liberi”, probabilmente sull’olio d’oliva le conoscenze sono tali da renderci soggiogati all’ignoranza altrui.

Thomas Vatrano – dottore agronomo

Vice Pres. Provinciale Acli Terra Catanzaro

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