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L’olivo non è una fabbrica: la Calabria alla prova del suo futuro

 

Prezzi in crisi, Xylella e cambiamenti climatici: alla vigilia della nuova campagna olearia, la Calabria è chiamata a scegliere quale futuro costruire per il proprio patrimonio olivicolo.

La nuova campagna olearia è ormai alle porte e, ancora una volta, il comparto olivicolo si trova ad affrontare un momento di profonda incertezza. La contrazione dei prezzi dell'olio extravergine di oliva, l'aumento dei costi di produzione, gli effetti dei cambiamenti climatici e il nuovo focolaio di Xylella fastidiosa in Calabria impongono una riflessione che non può più essere rimandata.

La domanda che dovremmo porci non è soltanto quanto olio produrremo quest'anno, ma soprattutto quale olivicoltura vogliamo consegnare alle generazioni future.

Il prezzo dell'olio rappresenta oggi una delle principali preoccupazioni per le aziende. Dopo una fase caratterizzata da quotazioni particolarmente elevate, il mercato ha registrato una sensibile contrazione, mentre i costi necessari per gestire un oliveto, dalla potatura alla raccolta, continuano a incidere significativamente sulla redditività aziendale.

È evidente che un'olivicoltura collinare, spesso caratterizzata da difficoltà di accesso e limitate possibilità di meccanizzazione, non possa sostenere gli stessi costi produttivi di un'azienda che opera su grandi superfici pianeggianti. Eppure, troppo spesso, gli oli ottenuti in questi contesti finiscono per confrontarsi con un mercato che non riconosce adeguatamente il valore del territorio, della biodiversità e del lavoro necessario per produrli.

A rendere ancora più delicato l'avvio della nuova campagna è il recente focolaio di Xylella fastidiosa individuato nel territorio di Taurianova, che rappresenta un ulteriore campanello d'allarme per l'olivicoltura calabrese. Proprio in questi giorni si è dato avvio alle operazioni di espianto e bruciatura delle piante, proprio come previsto dalle misure di contenimento del “batterio killer”, come spesso è stato definito.

Mi auguro vivamente che la politica, le istituzioni e tutti gli addetti ai lavori abbiano finalmente compreso il valore strategico della biodiversità olivicola.

La Calabria possiede un germoplasma straordinariamente vasto, costituito da cultivar autoctone, ecotipi e varietà locali che rappresentano un patrimonio genetico di inestimabile valore. Una ricchezza che deve essere studiata, caratterizzata e tutelata, anche attraverso programmi di ricerca finalizzati a individuare eventuali caratteri di tolleranza alle avversità biotiche e abiotiche.

La biodiversità non rappresenta, di per sé, una garanzia di resistenza alla Xylella, ma costituisce una risorsa fondamentale dalla quale la ricerca può partire per individuare nuove strategie di adattamento e tutela del patrimonio olivicolo.

Non possiamo pensare che il futuro dell'olivicoltura mediterranea debba coincidere necessariamente con la diffusione indiscriminata di impianti superintensivi, spesso basati su un numero limitato di cultivar. Questi modelli produttivi possono trovare una loro collocazione in specifici contesti agronomici ed economici, ma non possono rappresentare l'unica risposta alle difficoltà del settore.

Seppur il modello ad alta densità debba essere sostenuto laddove le caratteristiche pedologiche lo consentano, è anche tempo di tornare a investire sui nostri oliveti collinari, anziché considerarli un modello produttivo superato.

Molti di questi impianti hanno attraversato decenni, talvolta secoli, di siccità ed eventi climatici estremi, dimostrando una notevole capacità di sopravvivenza e adattamento alle condizioni ambientali mediterranee. Per chi frequenta gli areali olivicoli mediterranei si sarà imbattuto in situazioni in cui piante monumentali (estremamente cariche nonostante le svariate centinaia di anni) ancora verdi, con olive ben turgide nonostante mesi di siccità e accanto impianti di 30 anni completamente devastati dalla mancanza d’acqua. 

Tale capacità deriva dall'interazione tra patrimonio genetico, sviluppo degli apparati radicali, caratteristiche del suolo e condizioni microclimatiche dei diversi areali.

Dobbiamo valorizzare questa attitudine, senza dimenticare che la sopravvivenza delle piante non equivale necessariamente alla sostenibilità economica delle produzioni.

Occorre pertanto investire nella gestione razionale della chioma, nel miglioramento della fertilità dei suoli, nella conservazione della sostanza organica, nell'efficienza idrica e nell'adozione delle moderne tecnologie di agricoltura di precisione.

Il telerilevamento multispettrale, il monitoraggio fisiologico delle piante e la diagnostica nutrizionale possono contribuire a rendere più efficienti anche gli oliveti tradizionali, consentendo di adattare gli interventi agronomici alle reali necessità delle colture.

Innovare, dunque, non significa necessariamente sostituire ciò che già possediamo, ma imparare a gestirlo meglio, valorizzandone le potenzialità.

La Calabria, così come buona parte dell'Italia, non può pensare di competere esclusivamente sul prezzo con i grandi centri internazionali della produzione. Deve invece costruire il proprio futuro sulla qualità, sulla biodiversità, sulla caratterizzazione territoriale e sulla capacità di offrire al mercato oli extravergini dalla forte identità.

Ma la qualità, da sola, non basta.

Occorre sostenere concretamente l'olivicoltura eroica, riconoscendo il valore economico, ambientale e sociale degli oliveti collinari e secolari. La loro tutela non può essere affidata soltanto alla passione degli agricoltori: servono investimenti, strumenti di sostegno adeguati e politiche capaci di garantire una prospettiva reddituale alle aziende.

Un oliveto collinare non produce soltanto olive. Contribuisce a custodire il paesaggio, a mantenere vive le aree interne, a preservare il patrimonio genetico locale e, attraverso una corretta gestione agronomica, può concorrere alla protezione del suolo e alla conservazione delle risorse naturali.

Sono funzioni che devono trovare un riconoscimento concreto, anche attraverso nuovi strumenti di valorizzazione dei servizi ecosistemici e programmi di sostegno realmente accessibili alle imprese agricole.

Parallelamente, dobbiamo affrontare un'altra grande sfida: accrescere la cultura del consumatore medio.

Negli ultimi anni abbiamo investito molto nella promozione degli oli di eccellenza, nei concorsi e nei riconoscimenti internazionali, ma non possiamo pensare che il futuro del comparto dipenda esclusivamente da una ristretta fascia di consumatori particolarmente attenti alla qualità.

Dobbiamo coinvolgere soprattutto chi acquista quotidianamente olio per la propria famiglia, colui che, attraverso le proprie scelte, contribuisce a movimentare una parte rilevante del mercato.

È necessario insegnargli a riconoscere un buon extravergine, a comprenderne le caratteristiche sensoriali, a interpretare correttamente le informazioni riportate in etichetta e a riconoscere il valore del lavoro agricolo che si cela dietro ogni bottiglia.

Solo ampliando la domanda consapevole di oli di qualità potremo contribuire a creare condizioni commerciali più favorevoli per le nostre aziende, riducendo la dipendenza da un mercato nel quale il prezzo più basso rappresenta troppo spesso il principale criterio di scelta.

Dedico da circa vent'anni una parte importante della mia vita professionale all'olivicoltura, investendo risorse, studio ed energie nella convinzione che questo comparto rappresenti una delle più grandi ricchezze del nostro territorio.

Proprio per questo, spero vivamente che l'attuale momento di difficoltà possa finalmente tradursi in una reale volontà di tutelare il patrimonio olivicolo e non nell'ennesima stagione di dichiarazioni e promesse destinate a esaurirsi con il superamento dell'emergenza.

Gli interventi messi in campo finora, a diversi livelli, non sono stati sufficienti a garantire una prospettiva stabile a molte aziende olivicole, soprattutto a quelle che operano nei territori più difficili.

Non possiamo continuare a celebrare i nostri olivi secolari come simboli identitari e, contemporaneamente, lasciare che gli agricoltori che li custodiscono siano costretti ad abbandonarli per mancanza di redditività.

Servono programmazione, investimenti nella ricerca, sostegno alle aziende e una strategia di valorizzazione commerciale che parta dalle caratteristiche distintive dei nostri territori.

L'agricoltura è cambiata e gli approcci tradizionali devono evolversi. Anzi, dobbiamo imparare ad anticipare i cambiamenti, anziché limitarci a rincorrerli.

La nuova campagna olearia dovrebbe rappresentare un'occasione per trasformare le difficoltà attuali in una riflessione concreta sul futuro del comparto, mettendo finalmente al centro il reddito degli olivicoltori, la conservazione della biodiversità e la valorizzazione della qualità.

La Calabria non ha bisogno di produrre l'olio di tutti. Ha bisogno di dare a tutti una ragione per scegliere il suo olio.

E il futuro della nostra olivicoltura non nascerà dalla rinuncia alle proprie radici, ma dalla capacità di investire su di esse.

Thomas Vatrano

Dottore Agronomo, PhD

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