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Agricoltura italiana, il prezzo che non torna

Dal vino al grano fino all’olio extravergine: produrre qualità costa sempre di più, mentre il valore riconosciuto agli agricoltori diminuisce. Mercosur, concorrenza internazionale e squilibri delle filiere impongono una riflessione. Per l’EVO italiano la risposta può essere nella qualità, nella biodiversità e soprattutto nella cultura del consumatore. 

Il recente allarme proveniente dalla Valpolicella dovrebbe interessare l’intera agricoltura italiana. Secondo quanto riportato da La Stampa, per le uve destinate all’Amarone sarebbero arrivate offerte intorno a 1,20-1,30 euro al chilogrammo, valori ritenuti insufficienti dai produttori. 

Se persino la materia prima di uno dei vini italiani più prestigiosi subisce una simile pressione sul prezzo, significa che il problema va ben oltre una singola filiera: l’agricoltura italiana produce valore, ma una parte sempre più ridotta di quel valore rimane a chi coltiva. 

Lo dimostra anche il grano duro. A luglio 2026 le quotazioni medie alla produzione si attestavano intorno ai 263 euro per tonnellata, mentre le organizzazioni agricole continuano a denunciare prezzi spesso insufficienti rispetto ai costi. 

È un paradosso tutto italiano: la pasta rappresenta nel mondo il Made in Italy, ma il grano da cui nasce rischia di non remunerare adeguatamente l’agricoltore. 

Anche l’olio extravergine è in difficoltà 

Una dinamica simile interessa l’olio extravergine di oliva. 

Dopo le quotazioni eccezionalmente elevate delle campagne precedenti, il mercato ha registrato una brusca inversione. A luglio 2026 il prezzo medio dell’EVO all’origine era sceso intorno ai 5,12 euro/kg, quasi dimezzato rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. 

La questione non è rimpiangere prezzi eccezionalmente elevati, ma capire quale sia il limite sotto il quale produrre olive italiane non è più economicamente sostenibile. 

Manodopera, potatura, raccolta, energia, carburanti, difesa fitosanitaria e gestione dell’oliveto hanno costi importanti, soprattutto negli impianti tradizionali e nelle aree dove la meccanizzazione è difficile. 

Quando il prezzo non remunera questi costi, diminuiscono gli investimenti e aumenta il rischio di abbandono. E con un oliveto non perdiamo soltanto una produzione: perdiamo paesaggio, biodiversità, presidio del territorio, occupazione e cultura rurale. 

Mercosur: servono regole realmente reciproche 

A tutto questo si aggiunge il tema della concorrenza internazionale e degli accordi commerciali come quello con il Mercosur. 

Chiudere le frontiere non può essere la soluzione. L’Italia stessa ha bisogno dei mercati internazionali per esportare le proprie eccellenze. Ma apertura commerciale deve significare anche reciprocità. 

Agli agricoltori europei vengono richiesti standard ambientali, fitosanitari, sociali e di tracciabilità sempre più elevati. È giusto, ma rispettarli ha un costo. 

Diventa allora difficile accettare che le nostre aziende debbano competere esclusivamente sul prezzo con produzioni ottenute in sistemi caratterizzati da costi e regole differenti. 

Mentre altre grandi economie mondiali utilizzano dazi e strumenti di tutela delle proprie produzioni strategiche, l’Europa deve evitare che l’apertura commerciale si trasformi in debolezza. 

Il principio dovrebbe essere chiaro: stesso mercato, regole comparabili, controlli equivalenti e trasparenza sull’origine. 

Non possiamo chiedere agli agricoltori europei di sostenere il costo della sostenibilità e poi trasformare proprio quel costo in uno svantaggio competitivo. 

L’olio italiano non deve costare meno: deve valere di più 

Per l’olivicoltura italiana questa riflessione è decisiva. 

Competere esclusivamente sul prezzo con grandi sistemi olivicoli internazionali sarebbe un errore. L’Italia ha aziende frammentate, oliveti storici, aree collinari, costi di manodopera elevati e territori difficilmente meccanizzabili. 

Possiede però qualcosa di difficilmente replicabile: biodiversità, cultivar, territori e una cultura millenaria dell’olio. 

La Calabria ne è un esempio straordinario. 

Il germoplasma olivicolo calabrese, con le sue cultivar diffuse e quelle meno conosciute, non rappresenta soltanto biodiversità da tutelare, ma una risorsa economica da valorizzare. 

Cultivar differenti significano oli differenti: cambiano profumi, fruttato, intensità dell’amaro e del piccante e caratteristiche compositive. 

Dobbiamo quindi smettere di vendere soltanto “olio extravergine” e cominciare a raccontare quale cultivar, quale territorio e quale identità sensoriale sono racchiusi nella bottiglia. 

È il passaggio dall’olio come commodity all’olio come prodotto identitario. 

EVO.CA: educare il consumatore per difendere il produttore 

Ma c’è un problema ancora più profondo: come possiamo chiedere al consumatore di riconoscere un prezzo maggiore a un EVO di qualità se nessuno gli ha insegnato perché vale di più? 

Proprio da questa esigenza nasce in Calabria EVO.CA, progetto promosso da ACLI Terra Calabria – Sezione di Catanzaro, con l’obiettivo di sensibilizzare, dai più piccoli ai più grandi, a una nuova cultura dell’olio extravergine. 

L’olio non può continuare a essere percepito semplicemente come un condimento. Il nostro “oro verde” è un alimento prezioso, protagonista della Dieta Mediterranea e alleato nell’ambito di una corretta alimentazione, ma è anche una straordinaria esperienza sensoriale. 

Dentro un bicchiere di EVO possiamo ritrovare un autentico tripudio di sensazioni: erba appena tagliata, foglia di olivo, carciofo, pomodoro, mandorla, erbe aromatiche. Anche amaro e piccante, spesso interpretati erroneamente come caratteristiche negative, possono essere espressioni positive dell’extravergine e sono legati anche alla presenza dei composti fenolici. 

Educare significa insegnare a riconoscere tutto questo. 

Ed è qui che l’esperienza di EVO.CA assume anche un significato economico: formare oggi un bambino significa costruire il consumatore consapevole di domani. 

Se il consumatore non conosce le differenze tra gli oli, inevitabilmente sceglierà soprattutto in funzione del prezzo. Se invece impara a riconoscere cultivar, origine, profumi e caratteristiche sensoriali, può comprendere perché due bottiglie apparentemente simili abbiano valori profondamente differenti. 

Ripartire dal valore 

Vino, grano e olio raccontano dunque la stessa difficoltà: il valore delle nostre produzioni non sempre ritorna adeguatamente nei campi. 

Servono maggiore reciprocità negli accordi internazionali, controlli sulle importazioni, trasparenza dell’origine, filiere più equilibrate e maggiore forza contrattuale per gli agricoltori. 

Ma per l’olio serve anche una rivoluzione culturale. 

L’Italia non può vincere cercando di produrre l’EVO più economico. Può vincere valorizzando ciò che altri difficilmente possono replicare: territorio, biodiversità, germoplasma, qualità e cultura. 

La Calabria possiede questo patrimonio e iniziative come EVO.CA di ACLI Terra Calabria – Sezione di Catanzaro indicano una strada concreta: partire dalla conoscenza per costruire valore. 

Perché il nostro oro verde non è un semplice condimento. È alimento, territorio, biodiversità, cultura ed esperienza sensoriale. 

La crisi dell’olio italiano non si supera insegnando agli olivicoltori a venderlo a meno. 

Si supera anche insegnando ai consumatori a comprendere perché vale di più.

 

Thomas Vatrano